Categoria: Normativa

Spese scolastiche: C’è maggiore chiarezza su cosa e quanto detrarre

C’è maggiore chiarezza su cosa e quanto detrarre

di Cinzia Olivieri

Riguardo le nuove ipotesi di detraibilità delle spese scolastiche, previste dalla recente circolare N. 7/E dell’Agenzia delle Entrate, occorrono alcune precisazioni.

La legge n. 40/2007 all’art. 13 comma e lettera a), modificando il testo unico delle imposte sui redditi (DPR 917/86), ha aggiunto all’articolo 15, comma 1 la lettera i-octies) che ha previsto la detraibilità delle “erogazioni liberali a favore degli istituti scolastici di ogni ordine e grado, statali e paritari senza scopo di lucro appartenenti al sistema nazionale di istruzione di cui alla legge 10 marzo 2000, n. 62, e successive modificazioni, finalizzate all’innovazione tecnologica, all’edilizia scolastica e all’ampliamento dell’offerta formativa”, purché il versamento sia eseguito tramite banca o ufficio postale ovvero mediante gli altri sistemi di pagamento previsti dall’articolo 23 del Dlgs 241/1997.

A proposito del “contributo volontario” la nota 20 marzo 2012, Prot. n. 0000312 ha quindi disposto che: “Le risorse raccolte con contributi volontari delle famiglie devono essere indirizzate esclusivamente ad interventi di ampliamento dell’offerta culturale e formativa e non ad attività di funzionamento ordinario e amministrativo che hanno una ricaduta soltanto indiretta sull’azione educativa rivolta agli studenti. All’atto del versamento, poi, le famiglie vanno sempre informate in ordine alla possibilità di avvalersi della detrazione fiscale di cui all’ art. 13 della legge n. 40/2007”.

Si è perciò desunto che tale contributo dovesse essere destinato all’innovazione tecnologica, all’ampliamento dell’offerta ed all’edilizia scolastica e per l’effetto detratto quale erogazione liberale alle condizioni sopra previste, tanto che la disposizione ministeriale ha invitato le scuole a darne adeguata informazione alle famiglie.

La legge n. 107/2015 ha poi ulteriormente modificato l’art. 15, comma 1, lettera e) del TUIR, che riguardava tutte le spese di istruzione detraibili, aggiungendo la nuova lettera e-bis), che disciplina ora la detrazione delle spese per la frequenza delle scuole di ogni ordine e grado, statali e paritarie (lo scorso anno prevista per un importo annuo non superiore a 400 euro annui per alunno), non cumulabile con quella della suddetta lettera i-octies), mentre la lettera e) contempla solo quella delle spese di istruzione universitaria.

Pertanto, lo scorso anno, a seguito della circolare 3/E in materia di istruzione risultavano detraibili:

  • spese di istruzione universitaria (Art. 15 lettera e));
  • spese per la frequenza delle scuole di ogni ordine e grado, statali e paritarie (Art. 15 lettera e-bis)) entro i 400 euro non cumulabili con la lettera i-octies, tra le quali: le tasse (di iscrizione e frequenza), i contributi obbligatori, i contributi volontari e le altre erogazioni liberali, deliberati dagli istituti scolastici o dai loro organi e sostenuti per la frequenza scolastica ma non per le finalità di cui alla lettera i-octies) comprese le spese per la mensa scolastica;
  • contributi volontari consistenti in erogazioni liberali finalizzate all’innovazione tecnologica (es. acquisto di cartucce stampanti), all’edilizia scolastica (es. pagamento piccoli e urgenti lavori di manutenzione o di riparazione), all’ampliamento dell’offerta formativa (es. acquisto di fotocopie per verifiche o approfondimenti)” (Art. 15 lettera i-octies)), senza limiti di importo.

Se poteva restare ancora qualche dubbio in merito alla detrazione dei contributi volontari ed al senso del participio “deliberati”, quest’anno l’Agenzia delle entrate con la circolare N. 7/E, ha fornito ulteriori precisazioni, elencando tra le Spese di istruzione non universitarie di pagina 84 (Rigo E8/E10, cod. 12 – Art. 15, comma 1, lettera e-bis, del TUIR), detraibili nei limiti stavolta di € 564,00 per studente, sempre non cumulabili con quelle della lettera i-octies, oltre le tasse (a titolo di iscrizione e di frequenza) e i contributi obbligatori, i contributi volontari e le erogazioni liberali deliberati tra cui:

  • la mensa scolastica (già individuata dalla circolare 3/E)
  • i servizi scolastici integrativi, quali l’assistenza al pasto e il pre e post scuola;
  • le gite scolastiche, l’assicurazione della scuola e ogni altro contributo scolastico finalizzato all’ampliamento dell’offerta formativa deliberato dagli organi d’istituto (corsi di lingua, teatro, ecc., svolti anche al di fuori dell’orario scolastico e senza obbligo di frequenza), con allegazione della delibera nel caso in cui il pagamento sia effettuato a soggetti terzi (ad es.: all’agenzia di viaggio).

Pertanto, se la sfera di detraibilità si è ampliata ed è aumentato anche il relativo importo, praticamente ogni spesa scolastica: mensa, gite, ampliamento dell’offerta, assicurazione, quest’ultima spesso versata in uno al contributo volontario, può essere detratta nei limiti di € 564,00 annui per studente. Infatti, come specificato, sebbene si tratti di somme corrisposte volontariamente, sono sempre deliberate dagli organi scolastici e perciò non possono essere assimilate ad una erogazione compiuta per mero spirito di liberalità.

A prescindere dalla necessità di un aggiornamento della circolare sul contributo, si deve evidenziare tuttavia che, specie nel secondo grado di istruzione, la somma delle spese supera anche in misura considerevole l’importo detraibile. Ma comunque si è fatta maggiore chiarezza sul punto.

Detrazione delle gite scolastiche e del contributo volontario deliberato e non

Detrazione delle gite scolastiche e del contributo volontario deliberato e nondi Cinzia OlivieriL’Agenzia delle Entrate, con la circolare N. 7/E del 04/04/2017, ha fornito ulteriori chiarimenti ampliando le ipotesi di detraibilità delle spese per la frequenza scolastica.

Già con la circolare 3/E, a seguito della legge n. 107/2015, era stato modificato l’art. 15, comma 1, lettera e) del TUIR.

A questo, che precedentemente riguardava tutte le spese di istruzione detraibili, è stata aggiunta la successiva nuova lettera e-bis). Per l’effetto, la lettera e) disciplina ora la sola detrazione delle spese di istruzione universitaria e la e bis) quella delle spese per la frequenza delle scuole di ogni ordine e grado, statali e paritarie, lo scorso anno prevista per un importo annuo non superiore a 400 euro per alunno, non cumulabile con quella della successiva lettera i-octies), per le erogazioni liberali a favore degli istituti scolastici di ogni ordine e grado, statali e paritari, finalizzate all’innovazione tecnologica, all’edilizia scolastica e all’ampliamento dell’offerta formativa.

Queste in sintesi le ipotesi considerate:

  • 15 lettera e) spese di istruzione universitaria;
  • 15 lettera e-bis) spese di istruzione nel limite massimo di 400 euro per alunno o studente tra cui si annoverano: le tasse (di iscrizione e frequenza), i contributi obbligatori, i contributi volontari e le altre erogazioni liberali, deliberati dagli istituti scolastici o dai loro organi e sostenuti per la frequenza scolastica ma non per le finalità di cui alla lettera i-octies) comprese le spese per la mensa scolastica.
  • 15 lettera i-octies), “contributi volontari consistenti in erogazioni liberali finalizzate all’innovazione tecnologica (es. acquisto di cartucce stampanti), all’edilizia scolastica (es. pagamento piccoli e urgenti lavori di manutenzione o di riparazione), all’ampliamento dell’offerta formativa (es. acquisto di fotocopie per verifiche o approfondimenti)”, senza limiti di spesa.

Occorre precisare che, in materia di contributi scolastici delle famiglie, con la Nota ministeriale del 7 marzo 2013 n. 593, preceduta da quella del 20 marzo 2012, Prot. n. 0000312 si è chiarito che, premesso il principio costituzionale di gratuità dell’istruzione (Art. 34) fino al terzo anno della scuola secondaria di secondo grado, ribadito dalla legge finanziaria 2007, con il solo obbligo di pagamento delle tasse erariali negli ultimi due anni successivi, la scuola non ha capacità impositiva (art. 23 Cost.) e quindi può deliberare la richiesta di contributi alle famiglie ma in forma assolutamente volontaria con la sola ulteriore eccezione delle “spese sostenute per conto delle famiglie”. Con riferimento a queste, la Nota del 20 marzo 2012 prevede “l’obbligo di rimborsare alla scuola alcune spese sostenute per conto delle famiglie stesse, come, ad esempio, quelle per la stipula del contratto di assicurazione individuale per gli infortuni e la responsabilità civile degli alunni, o quelle per i libretti delle assenze o per le gite scolastiche”.

Si dovrebbe desumere, non senza perplessità, che assicurazione, libretti delle assenze e gite scolastiche debbano rientrare nel “contributo obbligatorio” di cui alla predetta circolare, sebbene si tratti comunque di spese assolutamente facoltative, né è chiaro quali siano i casi in cui la scuola sia chiamata a sostenerle “per conto”, cioè in nome o per incarico, delle famiglie.

Inoltre, sempre la nota del 2012 afferma: “Le risorse raccolte con contributi volontari delle famiglie devono essere indirizzate esclusivamente ad interventi di ampliamento dell’offerta culturale e formativa e non ad attività di funzionamento ordinario e amministrativo che hanno una ricaduta soltanto indiretta sull’azione educativa rivolta agli studenti.

All’atto del versamento, poi, le famiglie vanno sempre informate in ordine alla possibilità di avvalersi della detrazione fiscale di cui all’ art. 13 dellalegge n. 40/2007” (che ha inserito la lettera i-octies) all’art. 15 del TUIR) e cioè che il contributo volontario può essere detratto fiscalmente (quale erogazione liberale finalizzata all’innovazione tecnologica, all’ampliamento dell’offerta ed all’edilizia scolastica). Pertanto il contributo volontario è stato assimilato a tali erogazioni liberali.

Esso, secondo la nota ministeriale, non può essere destinato al funzionamento, mentre la circolare 3/E distingue il contributo volontario della lettera e-bis), detraibile nei limiti di 400 euro, dalle erogazioni liberali (non deliberate) finalizzate all’innovazione tecnologica, all’ampliamento dell’offerta ed all’edilizia scolastica della lettera i-octies), detraibili senza limiti, che invece possono essere destinate, secondo quanto suindicato, anche al funzionamento (es: acquisto cartucce e fotocopie).

Le due quindi disposizioni non appaiono coerenti se, come sembra affermare la nota, quanto meno sotto il profilo della detraibilità, il contributo volontario ed erogazioni liberali praticamente si identificano.

La circolare N. 7/E, confermando l’esclusione dalla detrazione per l’acquisto di materiale di cancelleria e di testi scolastici per la scuola secondaria di primo e secondo grado nonché per il servizio di trasporto scolastico, in quanto alternativo al trasporto pubblico per il quale non è prevista agevolazione (Risoluzione 4.08.2016, n. 68/E), elenca, poi, tra le Spese di istruzione non universitarie di pagina 84 (Rigo E8/E10, cod. 12 – Art. 15, comma 1, lettera e-bis, del TUIR), detraibili nei limiti di € 564 per studente:

  • le tasse (a titolo di iscrizione e di frequenza) e i contributi obbligatori.
  • i contributi volontari e le erogazioni liberali sostenuti per la frequenza scolastica, che, in quanto deliberati, non rientrano tra le Erogazioni liberali a favore degli istituti scolastici di ogni ordine e grado di pagina 133 (Rigo E8/E10, cod. 31- Art. 15, comma 1, lett. i–octies), del TUIR) finalizzate all’innovazione tecnologica, all’edilizia scolastica ed all’ampliamento dell’offerta formativa, non cumulabili, che danno diritto alla detrazione senza limiti ai sensi dell’art. 15, comma 1, lett. i-octies) del TUIR.

Tra i contributi/erogazioni deliberati di cui alla lettera e bis) si annoverano:

  • la mensa scolastica (già individuata dalla circolare 3/E)
  • i servizi scolastici integrativi, quali l’assistenza al pasto e il pre e post scuola, anche resi per il tramite del Comune o di altri soggetti terzi e non deliberati, essendo istituzionalmente previsti dall’ordinamento scolastico (come anche precisato dalla Circolare 06.05.2016 n. 18/E risposta 2.1 e dalla Risoluzione 4.08.2016, n. 68/E);
  • le gite scolastiche, l’assicurazione della scuola e ogni altro contributo scolastico finalizzato all’ampliamento dell’offerta formativa deliberato dagli organi d’istituto (corsi di lingua, teatro, ecc., svolti anche al di fuori dell’orario scolastico e senza obbligo di frequenza), con allegazione della delibera nel caso in cui il pagamento sia effettuato a soggetti terzi (ad es.: all’agenzia di viaggio).

Pertanto le gite e l’assicurazione rientrano tra i contributi volontari detraibili nei limiti di € 564 (e quindi non appaiono più obbligatoriamente dovuti in quanto spesi “per conto delle famiglie”), mentre per le spese destinate all’ampliamento dell’offerta occorre a questo punto distinguere, ai fini della detraibilità, tra quelle deliberate e quelle invece versate per puro spirito di liberalità.

Restano da definire con maggiore chiarezza i contributi obbligatori.

Insomma sarebbe opportuno un aggiornamento ed un chiarimento anche in materia di contributi scolastici per coordinare meglio i due testi.

Il dirigente può assegnare qualunque docente alle ore di potenziamento

Il dirigente può assegnare qualunque docente alle ore di potenziamento

di Cinzia Olivieri

Sussiste, a seguito della riforma attuata con la legge 107/2015, il potere del Dirigente Scolastico di assegnare, nell’ambito dell’organico dell’autonomia, un insegnante già “curriculare” a cattedra di potenziamento, in coerenza con il PTOF, definito anche in base alle priorità delineate nel RAV ed agli obiettivi indicati nel piano di Miglioramento.

È quanto sostanzialmente ha riconosciuto il Tribunale di Napoli Sezione Lavoro con decreto emesso nell’ambito di un procedimento cautelare, promosso avverso la decisione del dirigente di un istituto di affidare le 18 ore della cattedra di potenziamento ad un unico docente che aveva iniziato a prestare servizio in qualità, nel caso di specie, di titolare della cattedra di educazione artistica a settembre 2013, per effetto di trasferimento disposto dall’USR Campania su una cattedra oraria esterna (cd. COE), prima di 10 ore e poi di 12 con completamento presso altra scuola.

Quanto ai fatti di causa, nell’anno scolastico 2016-2017 l’Ufficio Scolastico ha stabilito che nell’organico dell’autonomia della scuola interessata fossero incluse per la classe di concorso in questione, oltre le preesistenti tre cattedre di 18 ore e la Cattedra Oraria Esterna (COE) di dodici con completamento, anche una cattedra di potenziamento di 18 ore. Per effetto della conseguente riorganizzazione, essendosi resa disponibile la cattedra interna, in seguito ad assegnazione del potenziamento, la ricorrente ha avuto la possibilità di completare il suo insegnamento presso l’istituto.

Il Dirigente, che ai sensi del comma 18 dell’art. 1 della legge 107/2015,”individua il personale da assegnare ai posti dell’organico dell’autonomia”, in coerenza con il raggiungimento degli obiettivi previsti nel Piano Triennale dell’Offerta Formativa, ha deciso quindi, nell’ambito delle sue competenze, come utilizzare i docenti sui posti comuni, di sostegno e di potenziamento e di non frazionare le ore di potenziamento tra due o più docenti, ritenendo tale scelta più funzionale al migliore risultato, assegnando la ricorrente interamente su tale cattedra.

Sono state ritenute significative dal Tribunale di Napoli le norme contenute nei commi 5, 64, 68 dell’art. 1 della legge 107/2015, che disciplinano il cd. “Organico dell’autonomia”.

In particolare il comma 5 prevede: “Al fine di dare piena attuazione al processo di realizzazione dell’autonomia e di riorganizzazione dell’intero sistema di istruzione, è istituito per l’intera istituzione scolastica, o istituto comprensivo, e per tutti gli indirizzi degli istituti secondari di secondo grado afferenti alla medesima istituzione scolastica l’organico dell’autonomia, funzionale alle esigenze didattiche, organizzative e progettuali delle istituzioni scolastiche come emergenti dal piano triennale dell’offerta formativa predisposto ai sensi del comma 14. I docenti dell’organico dell’autonomia concorrono alla realizzazione del piano triennale dell’offerta formativa con attività di insegnamento, di potenziamento, di sostegno, di organizzazione, di progettazione e di coordinamento”.

Ha rilevato pertanto il Giudicante: “Risulta già dalla lettura delle norme che l’organico dell’autonomia è concepito come un corpus unitario nel quale confluiscono senza distinzione alcuna tutti i docenti, oltre a quelli curriculari di sostegno e di potenziamento anche quelli a cui vengono affidati compiti di coordinamento e progettazione. Nella prospettiva delineata dal comma 5 per cui l’organico dell’autonomia è funzionale a realizzare in modo effettivo l’offerta formativa, tutti i docenti devono contribuire alla sua piena attuazione e dunque possono essere destinati – fermo il possesso dei titoli abilitanti e/o delle necessarie competenze – ad attività varie di insegnamento, potenziamento o, se docenti di staff, ad attività di coordinamento e organizzazione. Quanto previsto dal legislatore è stato oggetto di ulteriore specificazione nelle circolari emanate dal MIUR in fase di prima applicazione della normativa di riforma, richiamate dalla difesa della scuola. In particolare la circolare n. 2582 del 5.09.2016 ha ribadito che “tutti i docenti dell’organico dell’autonomia contribuiscono alla realizzazione dell’offerta formativa” e che “non esiste distinzione contrattuale tra docenti curricolari e docenti di potenziamento, ma che, in coerenza con quanto previsto dal comma 63, art. 1, legge 107/2015, nell’organico dell’autonomia confluiscono posti comuni, posti per il sostegno e posti per il potenziamento dell’offerta formativa”. Dunque l’organico dell’autonomia, nell’inglobare unitariamente tutti i docenti dovrebbe consentire, per un verso, il definitivo superamento della distinzione tra organico di diritto e organico di fatto che per molti anni ha improntato la gestione del personale docente e, per altro verso, rappresentare un precipuo strumento di flessibilità didattica e organizzativa, per consentire alla scuola di ideare ed attuare obiettivi di lungo periodo ed azioni virtuose di miglioramento (cf su questo la circolare n. 2805 dell’11.12.2015)”.

Per l’effetto il Tribunale di Napoli, rigettando il ricorso, ha ritenuto pienamente legittima l’assegnazione operata dal dirigente, in grado di “garantire agli studenti il potenziamento delle conoscenze” anche in quanto coerente “con le esigenze didattiche della scuola, scaturite dalle priorità delineate nel RAV e dagli obiettivi indicati nel piano di Miglioramento”.

Se ne desume quindi che non esiste una minore autorevolezza del docente di potenziamento ovvero una sorta di “debolezza” della cattedra relativa né appare assumere rilievo il consenso del docente nella decisione del dirigente.

La calda estate della mensa scolastica a Torino

La calda estate della mensa scolastica a Torino

di Cinzia Olivieri

 

Anche in pieno agosto un nuovo capitolo si aggiunge alla storia del “pasto domestico” a Torino.

La Nota Reg. prot.n. 7480/2016 dell’USR Piemonte, nonostante l’accertamento del diritto operato dalla sentenza della Corte d’Appello di Torino del 21 giugno 2016, ha infatti negato eguale riconoscimento a chi chiedeva di poter consumare a scuola il pranzo portato da casa, pur non essendo parte di quel giudizio.

Così,  come preannunciato, dinanzi a tale rifiuto, altri genitori sono stati costretti a depositare ricorsi cautelari ed il Tribunale di Torino ha già emesso le prime due ordinanze di sostanziale accoglimento.

Nei primissimi giorni di settembre è attesa la discussione di altri procedimenti.

L’ordinanza del 13 agosto 2016 ha confermato e rafforzato la posizione della Corte d’Appello accertando e dichiarando “il diritto del ricorrente di scegliere per il proprio figlio tra la refezione scolastica e il pasto preparato a casa da consumare presso la scuola nell’orario destinato alla refezione” non avendo individuato alcuna ragione giuridica che possa negarlo o limitarlo.

Il Tribunale di Torino ha riconosciuto sussistenti i presupposti per l’accoglimento della domanda cautelare (fumus boni iuris e periculum in mora) proprio in considerazione della posizione delle amministrazioni convenute che contestano l’esistenza del diritto a consumare a scuola il pasto domestico in capo a soggetti diversi dalle parti del giudizio di appello, conclusosi con la prefata sentenza, richiamata in quanto autorevole precedente.

È altresì indiscutibile l’urgenza del provvedimento prima dell’avvio dell’anno scolastico, non soltanto al fine di assicurare tempestivamente la consumazione del pasto domestico a scuola, ma soprattutto affinché gli istituti scolastici possano organizzarsi per permettere l’esercizio del diritto, confermato dall’ordinanza.

Il Giudice del procedimento cautelare ha condiviso la presentazione del diritto di consumare a scuola, durante l’orario di refezione, il pasto domestico come espressione e manifestazione del diritto allo studio e del principio di uguaglianza.

Invero l’art. 34 Cost. prevede per tutti l’obbligatorietà e gratuità dell’istruzione inferiore per almeno 8 anni, indipendentemente dal reddito. Per l’effetto, “condizionare o limitare il diritto allo studio in base alla fruizione di prestazioni a pagamento viola il dettato costituzional”e.

Tuttavia, sebbene  il servizio mensa sia a pagamento e non obbligatorio, se i genitori decidono di non usufruirne sono costretti a prelevare da scuola il figlio all’ora di pranzo, fargli consumare il pasto e poi riaccompagnarlo, così che lo studente finisce per perdere “quel “tempo scolastico” destinato al pranzo comune e alle attività (di socializzazione, distensive e ricreative) che ad esso si accompagnano”.

L’ordinanza del 13 agosto concorda pienamente con l’impostazione della sentenza della Corte d’Appello di Torino, per la quale il contenuto del diritto allo studio non è più limitato al solo impartire e nozioni e cognizioni. Sono richiamati nuovamente il  Dlgs 19 febbraio 2004 n. 59 e soprattutto la Circolare Ministeriale del 5 marzo 2004 per la quale i tre segmenti orari del “monte ore obbligatorio”, del “monte ore facoltativo” e dell’“orario riservato all’erogazione del servizio di mensa e di dopo mensa” “rappresentano il tempo complessivo di erogazione del servizio scolastico”. Il c.d. “tempo mensa” costituisce pertanto “un essenziale momento di condivisione, di socializzazione, di emersione e valorizzazione delle personalità individuali, oltre che di confronto degli studenti”.

Perciò il Dlgs 59/2004 prevede che l’organico degli istituti scolastici debba essere determinato anche per garantire “l’assistenza educativa da parte del personale docente nel tempo eventualmente dedicato alla mensa e al dopo mensa”  e la Circolare Ministeriale del 5 marzo 2004 ribadisce che “I servizi di mensa, necessari per garantire lo svolgimento delle attività educative e didattiche … vengono erogati utilizzando l’assistenza educativa del personale docente, che si intende riferita anche al tempo riservato al dopo mensa”.

Anche nel tempo mensa viene quindi impartita quella istruzione obbligatoria e gratuita dell’art. 34 Cost. e  tale diritto non può essere negato, né condizionato all’adesione a servizi a pagamento.

Conclude perciò sul punto il Tribunale di Torino: “Poiché – per evidenti ragioni che i convenuti non mettono in discussione – l’alternativa di imporre il digiuno agli studenti (che non vogliano fruire della mensa scolastica) è manifestamente irragionevole e impraticabile, l’unica alternativa è quella di riconoscere che gli studenti hanno diritto di consumare a scuola un pasto preparato a casa”.

Questo diritto  si fonda anche sul principio costituzionale di uguaglianza  dei cittadini (art. 3 Cost.) poiché  “Non è infatti ragionevole che alcuni soggetti (quelli che fruiscono del servizio mensa scolastica) beneficino del diritto all’istruzione nella sua pienezza mentre altri (coloro che non vogliono avvalersi della mensa) siano sostanzialmente costretti ad allontanarsi dalla scuola in un momento in cui viene svolta attività educativa di grande importanza formativa”.

Dunque il pasto domestico va consumato a scuola, né sussistono altri diritti, aventi dignità pari o superiore, che possono escludere o limitare quanto predetto.

Precisa ancora l’ordinanza che se spetta ai singoli istituti individuare i locali nei quali far consumare i pasti portati da casa,  implicando tale decisione valutazioni di carattere tecnico e di opportunità, che “potranno essere compiutamente effettuate solo in seguito all’inizio dell’anno scolastico … posto che le stesse presuppongono, già solo per mero buonsenso, che venga preliminarmente definito il numero degli allievi che decidano di formulare istanza in tal senso”, tali modalità “non possono essere tali da snaturare o annullare di fatto i contenuti del diritto fondamentale alla istruzione, che costituisce il presupposto e la ragion d’essere del diritto (al pasto domestico) che qui si riconosce. … Una organizzazione che non consentisse la fruizione del diritto allo studio in questi termini si risolverebbe quindi nella negazione del diritto che è stato qui accertato”.

Se ne desume che relegare in locali diversi dagli altri gli alunni che non usufruiscono del servizio di refezione non consente loro l’esercizio delle attività di socializzazione, educazione alla convivenza e relazionali connesse al tempo mensa.

Peraltro si rileva che, contraddittoriamente, se da un lato in maniera condivisibile le amministrazioni affermano che, per adottare le misure organizzative necessarie, hanno necessità di conoscere preventivamente il numero di famiglie che intendono avvalersi del diritto sopra descritto, tale valutazione di fatto è esclusa proprio dal rifiuto di ammettere tale facoltà di scelta. Negando la sussistenza del diritto le amministrazioni non si mettono nella condizione di poter concretamente organizzare il servizio.

Non è ritenuto “diritto confliggente” il presunto nesso fra tali scelte discrezionali e le previsioni contenute nei contratti di appalto con le ditte private che erogano i servizi di mensa e nei contratti di assicurazione stipulati da queste giacché tali clausole non “hanno il valore di fonti normative” e per l’effetto non possono “interferire con il diritto, di rilevanza costituzionale, che si è sopra accertato”. Insomma le problematiche relative alla ristorazione prescindono dalla questione in esame.

Neanche del resto si è rinvenuta la fonte normativa del presunto “generale divieto di introdurre alimenti esterni (ossia non riconducibili alle ditte concessionarie del servizio) nella mensa, durante l’orario dei pasti”.

Invero occorre evidenziare che né la Nota USR Piemonte 15 luglio 2016, Prot.n.7840 né il richiamato estratto del parere dell’Avvocatura hanno espressamente vietato di consentire il pasto domestico a scuola ma hanno solo negato che chi non era parte del procedimento d’appello potesse avvalersi della sentenza per farne richiesta. Anche le  Linee Guida per l’educazione alimentare del 2011  ed il parere dell’ASL del lontano 2001, allegati alla Nota, sono richiamati non a sostegno di un non documentato divieto ma solo quale contributo per la loro valenza nella “esecuzione della pronuncia giudiziale da parte dei singoli istituti interessati”.

Sorprende però che, nonostante l’assenza di divieto e la richiamata autonomia organizzativa delle scuole, non sembra rinvenirsene alcuna disponibile ad assecondare le richieste delle famiglie nonostante le Linee Guida (anche del 2015) invitino più volte alla collaborazione, a “stabilire alleanze positive” con esse, al loro “coinvolgimentoanche alla luce del patto di corresponsabilità educativa” (pagg. 16, 18, 19, 23).

L’auspicio perciò resta quello dell’apertura di un dialogo e di un costruttivo confronto.

Senza entrare nel merito anche delle conseguenze sfavorevoli  per l’Amministrazione collegate alla condanna alle spese, continuare a limitare l’esercizio del diritto solo a coloro che avviino, assumendosene i relativi costi, un procedimento giudiziario, limita certo di fatto il numero di chi il prossimo anno non si avvarrà del servizio, ma compromette anche quel rapporto di fiducia con l’istituzione scolastica e nonché il principio di corresponsabilità educativa.

La fine dell’estate è vicina come l’avvio del nuovo anno scolastico. Si è ancora in tempo?

23.08.2016

La soluzione del contenzioso sulla “mensa” e la rappresentanza territoriale

La soluzione del contenzioso sulla “mensa” e la rappresentanza territoriale

di Cinzia Olivieri

La questione del “pasto domestico” nel tempo mensa (da non semplificare con il consumo del “panino”), nonostante la chiara sentenza della Corte d’Appello di Torino, appare tutt’altro che risolta.

Infatti, com’è noto, l’USR Piemonte, con la Nota Reg. prot.n. 7480/2016 e allegati, a fronte del moltiplicarsi di richieste di esonero dal servizio di refezione con l’uso alternativo di pasto portato da casa, preannunciando ricorso per Cassazione, ha riportato un estratto dal parere dell’Avvocatura distrettuale dello Stato di Torino, reso con nota prot. 7542 dell’8 luglio 2016 (non allegata), per il quale, giacché la predetta sentenza, ai sensi dell’art. 2909 c.c., fa stato solo tra le parti può essere invocata solo dagli appellanti, sempre che intanto non abbiano cambiato scuola. Per l’effetto il decisum non può applicarsi a soggetti che non siano stati parti del giudizio.

Tanto quindi ha determinato la reazione delle famiglie, decise a rivendicare il proprio diritto di optare per il pasto domestico e di consumarlo all’interno dei locali della scuola attraverso procedimenti d’urgenza.

La nota dell’USR Piemonte però non entra nel merito delle indefettibili questioni di diritto portate dalla suddetta sentenza, ma reca in allegato le linee guida per l’educazione alimentare nella scuola italiana pubblicate nel 2011 ed un parere dell’Asl sul consumo del cibo portato dalle famiglie a scuola.

Quest’ultimo, in quanto tale non vincolante e risalente ormai al 2001 (prot. N. 573/A36 del 14 febbraio 2001), formulato su istanza di una istituzione scolastica ed avente ad oggetto: “richiesta di parere igienico sanitario in merito al consumo di cibi forniti dalle famiglie degli alunni e consumati a scuola”, testimonia in primo luogo che la questione è storica ed irrisolta.

Tale parere, prescindendo da eventuali accordi relativi all’appalto, evidenzia tra l’altro che ove il cibo sia portato da casa, com’è ovvio, la responsabilità della preparazione e del trasporto ricade sulle famiglie. Sottolinea inoltre la necessità che siano assicurate dalle scuole, in tale ipotesi, idonee condizioni igieniche fornendo all’uopo alcune indicazioni, tra le quali quella di procurarsi e mettere a disposizione frigoriferi e scaldavivande o carrelli termici. Si raccomanda altresì un equo bilanciamento dei cibi, ritenendo che ove questo non possa essere garantito, come nel caso di consumo del “panino”, tale situazione possa essere accettata solo per periodi limitati, come accade nell’ipotesi di temporanea sospensione del servizio di refezione.

Con ciò quindi non si esclude la possibilità di consumo a scuola del pasto domestico (a prescindere dalla condivisione di una tale ipotesi), ma si offrono istruzioni alle scuole ove questo avvenga. Peraltro nel caso che ci occupa non si pone la questione di garantire il bilanciamento degli alimenti, giacché le famiglie non chiedono di consumare un panino ma un pasto completo condividendo la necessità che esso sia  “dal punto di vista nutrizionale, equilibrato e di qualità“.

Le linee guida affrontano invece il tema dell’alimentazione come attività didattica.

Ebbene, premesso che nel 2015, in occasione dell’EXPO di Milano,  il MIUR ha pubblicato le nuove Linee Guida per l’educazione alimentare, comunque analoghe, anch’esse prescindono dalla questione che ci interessa, avendo riguardo alle azioni che la scuola può intraprendere non solo per favorire una corretta alimentazione ma anche un adeguato esercizio fisico, aiutando le famiglie a correggere eventuali errate abitudini alimentari e rafforzando il nostro patrimonio agroalimentare.

Non pare che tra le iniziative consigliate vi sia quella di assicurare solo un pasto unico fornito dal servizio mensa che è per sua natura “a richiesta”.

Invero occorre distinguere il “tempo mensa”, di cui non si discute l’utilità come momento formativo e di socializzazione, dal “servizio mensa” a domanda. I due concetti non possono in alcun modo essere assimilati.

Gli appellanti non appaiono contrari al tempo mensa né hanno chiesto di esserne esentati (semmai hanno dovuto necessariamente condurre a casa i propri figli per il pasto, il che non sembra inclusivo) ma hanno domandato il riconoscimento del loro diritto di poter somministrare il pasto domestico durante la refezione, senza con ciò ledere il corrispondente alternativo diritto di chi opti per il servizio comunale. Tale istanza dunque non può destare in sé alcuna forma di apprensione.

Le linee guida poi esprimono il convincimento che per formare i giovani all’uso e al consumo consapevole del cibo occorre “stabilire alleanze positive con le famiglie … per favorire senso di appartenenza alla vita della Scuola, condividendo le strategie educative alimentari”.

Alla famiglia è assegnato un ruolo determinante ed è chiamata ad una “partecipazione collaborativa sui temi dell’Educazione Alimentare” tanto vero che si afferma che se essa viene “esclusa dal percorso educativo scolastico, può assumere atteggiamenti negativi o contraddittori che, partendo da una sorta di scetticismo, possono favorire, al suo interno, stati di insofferenza fino a portarla ad entrare in competizione con l’ambiente scolastico. Al contrario, la collaborazione attiva e partecipe delle famiglie all’attività di Educazione Alimentare costituisce un elemento trainante per il suo successo”.

E’ evidente invece che vi sia un conflitto e scarso ascolto per le esigenze dei genitori … o meglio di coloro che le rappresentano e che appaiono attualmente esclusi da tavoli di confronto.

La situazione è aggravata dalla circostanza che non vi è solo contrapposizione tra famiglie ed ente locale/uffici ministeriali ma tra le famiglie stesse,  giacché la necessità del ricorso per Cassazione è stata sostenuta da alcune Associazioni dei genitori.

Se è certamente incontestabile il legittimo diritto di una persona (fisica o giuridica) di esprimere la propria individuale opinione, tuttavia purtroppo la perdita di luoghi di rappresentanza territoriale fa sì che la volontà collettiva dei singoli non organizzati, sebbene genitori con figli a scuola e perciò stesso meritevoli, resti inascoltata, in pratica declassata a quella di dissidenti.

Lo spirito del DPR 301/05 era ed è quello di assicurare a livello territoriale “una sede stabile di consultazione delle famiglie sulle problematiche studentesche e scolastiche”. Di tutte le famiglie. Proprio per acquisire le contrapposte posizioni e trovare una adeguata soluzione che non può né deve essere di chiusura. Il contrasto tra genitori occorre sia superato nell’interesse e per la serenità degli studenti.

Un conflitto, genericamente, si risolve o con la resa/sconfitta di una delle parti ovvero, se si vuole evitare la sua degenerazione (giacché uno scontro non è mai auspicabile per le non positive conseguenze), con una transazione attraverso reciproche concessioni.

L’auspicio è dunque che si riesca ad aprire un dialogo affinché, considerati anche i tempi necessari per la eventuale definizione del giudizio in Cassazione e quelli più rapidi dei ricorsi in sede cautelare, l’avvio del nuovo anno scolastico non sia turbato da tali contrasti.

Siamo peraltro prossimi all’uscita della circolare elezioni degli organi collegiali e sarebbe opportuno porsi altresì il problema di assicurare la rappresentanza territoriale dei genitori eletti della scuola.

Serve ancora la Giunta Esecutiva?

Serve ancora la Giunta Esecutiva?

di Cinzia Olivieri

La Giunta esecutiva è tra gli organi collegiali quello le cui funzioni, sul piano dell’utilità pratica, desta attualmente  sempre maggiori perplessità anche per il suo progressivo esautoramento, così che si registrano prassi diverse: tra casi in cui la sua convocazione precede ordinariamente quella del consiglio ed altri in cui invece è caduta in desuetudine.

Quanto alla sua formazione e composizione, per l’art. 8 del Dlgs 297/94 la Giunta è eletta nel seno del consiglio di istituto (secondo le regole stabilite dallo stesso, normalmente dal regolamento), dura in carica anch’essa tre anni ed è composta  da  un  docente, un  A.T.A. e due genitori (ovvero uno studente e un genitore nella secondaria di secondo grado). Ne fanno parte di diritto il dirigente scolastico,  che  la presiede, la convoca e ne dispone l’ordine del giorno  ed  il DSGA, che  svolge  anche  funzioni   di segretario. I suoi membri decadono e vengono surrogati come previsto per i consiglieri.

Questa stessa composizione era richiamata dal DI 28 maggio 1975 (ora sostituito dal DI 44/01), pertanto non è necessaria la presenza del presidente del consiglio di istituto alle sue riunioni, a meno che non sia anche eletto come membro di giunta. Non è escluso però che regolamenti interni possano prevederla facoltativamente, senza che ciò pregiudichi il suo regolare funzionamento.

L’art. 10 del Dlgs 297/94 dispone al comma 3 che il consiglio di istituto, esercita il suo potere deliberante “su  proposta  della giunta” per quanto  concerne  l’organizzazione  e  la  programmazione della  vita  e  dell’attività della scuola sulle materie analiticamente indicate:

a) adozione del regolamento interno;

b) acquisto,  rinnovo   e   conservazione   delle   attrezzature tecnico-scientifiche  e  dei  sussidi  didattici e acquisto dei materiali di consumo occorrenti per le esercitazioni;

c) adattamento del calendario scolastico alle specifiche esigenze ambientali;

d) criteri generali per la programmazione educativa;

e) criteri per la programmazione e l’attuazione  delle  attività parascolastiche, interscolastiche, extrascolastiche, con  particolare riguardo ai corsi di recupero e di sostegno,  alle  libere  attività complementari, alle visite guidate e ai viaggi di istruzione;

f) promozione di contatti con altre scuole o istituti;

g) partecipazione  del  circolo  o  dell’istituto  ad  attività culturali, sportive e ricreative di particolare interesse educativo;

h) forme  e  modalità  per   lo   svolgimento   di   iniziative assistenziali.

Pertanto quanto delibera su queste materie la norma prevede che il consiglio acquisisca la proposta della Giunta, che va quindi previamente convocata.

Per il successivo comma 10 “La giunta esecutiva predispone il bilancio preventivo e il conto consuntivo; prepara i lavori del consiglio di circolo o di istituto, fermo restando il diritto di iniziativa del consiglio stesso, e cura l’esecuzione delle relative delibere.”

Analogamente l’art. 3 del DI 28 maggio 1975 disponeva che la Giunta:

a) predispone il bilancio preventivo e le eventuali variazioni, nonché il conto consuntivo;

b) prepara i lavori del consiglio e cura l’esecuzione delle delibere dello stesso;

c) designa nel suo seno la persona che, unitamente al direttore didattico o al preside e al segretario del circolo o dell’istituto, firma gli ordini d’incasso (reversali) e di pagamento (mandati).

Il compito di “preparare i lavori del consiglio” in quanto inserito soltanto in questo comma e con riferimento a queste specifiche materie, appare  relativo alla sola predisposizione di bilancio (ora programma annuale) e conto consuntivo. Infatti il DI 28 maggio 1975 dettava le Istruzioni amministrativo-contabili prima che, a seguito dell’autonomia ed ai riconosciuti nuovi poteri del dirigente, fosse sostituito dal DI 44/01.

Quest’ultimo ha ridotto le competenze della Giunta, avendo riconosciuto la capacità negoziale esclusivamente al dirigente (art. 31) ed individuato gli interventi del consiglio di istituto in tale attività (art. 33) e prevedendo che soltanto il programma annuale (art. 2) e le sue modifiche (art. 6) siano proposte al Consiglio dalla stessa. Dunque, secondo quanto si desume dal DI 44/01, solo prima dell’approvazione del programma annuale e delle sue modifiche la Giunta, che lo propone  preparando i lavori del consiglio, deve essere previamente convocata,  non altrettanto per il  conto consuntivo.

Anche le reversali (art. 10 DI 44/01) ora sono firmate solo dal Dirigente e dal DSGA.

Per il resto, resta “fermo il diritto di iniziativa del consiglio” il quale quindi, nei limiti previsti, non può ritenersi totalmente vincolato al passaggio dalla Giunta.

Ed in effetti, nei successivi comma da 4 a 8 dell’art. 10 del Dlgs 297/94 non è menzionato un coinvolgimento della Giunta allorquando il consiglio: delibera i criteri  generali  relativi  alla  formazione  delle   classi,   l’assegnazione ad  esse  dei  singoli  docenti,  l’adattamento  dell’orario  delle  lezioni  e  delle  altre  attività  scolastiche;  esprime  parere  sull’ andamento  generale,  didattico  ed  amministrativo,  dell’istituto, e stabilisce i criteri per l’espletamento dei  servizi amministrativi (comma 4); ovvero altresì quando esercita  le  funzioni  in  materia   di   sperimentazione   ed aggiornamento (comma  5)  nonché le competenze in materia di uso  delle  attrezzature  e degli edifici scolastici (comma  6);  infine quando delibera,  le iniziative dirette alla educazione della  salute  e  alla prevenzione delle tossicodipendenze (comma 7) o su ogni altro argomento attribuito dalle norme alla sua competenza (comma 8).

La Giunta Esecutiva non ha inoltre più i compiti  in materia disciplinare, stabiliti dai comma 11 e 12 del Dlgs 297/94, assegnati ora dal DPR 249/98, come modificato dal DPR 235/07 a: dirigente scolastico, consiglio di classe e consiglio di istituto e, in sede di ricorso, all’organo di garanzia interno e regionale.

Anche quello di “curare l’esecuzione” delle delibere del consiglio (art. 10 comma 10 Dlgs 297/94  e art. 3 DI 28 maggio 1975 ) appare, specie a seguito dell’autonomia ed ai rinnovati  poteri del dirigente di cui all’art. 25  Dgs 165/01, prerogativa essenzialmente di questi (art. 4 DI 28 maggio 1975 e art. 396 Dlgs 297/94)

Lo schema di decreto interministeriale allegato alla  nota 01/06/2011 n. 4638 ha individuato però nuove competenze in merito alla determinazione della dotazione organica degli assistenti tecnici prevedendo  che: “Art. 5 – Assistenti tecnici 5.1. La dotazione organica relativa al profilo professionale di assistente tecnico è determinata mediante deliberazione della giunta esecutiva di ciascun istituto in ragione di un’unità per ogni laboratorio funzionante e utilizzato in attività didattiche, programmate a norma dell’ordinamento degli studi ed effettivamente svolte per almeno 24 ore settimanali. Ove si verifichi la situazione descritta, la giunta esecutiva, anche al fine di evitare duplicazioni di competenze, nelle situazioni previste dagli ordinamenti didattici vigenti di compresenza tra docenti, insegnanti tecnico-pratici ed assistenti tecnici, deve commisurare la dotazione organica di ciascuna area professionale alle effettive necessità di impiego degli assistenti tecnici, con riguardo alle professionalità disponibili nell’ambito dell’istituzione scolastica nonché alle esigenze organizzative derivanti dalla contemporanea utilizzazione dei diversi laboratori compresi nella medesima area”.

Gli artt. 42 e 43 del  Dlgs 297/94 non stabiliscono la pubblicità degli atti o delle sedute della Giunta Esecutiva, ma è sempre concesso l’accesso ai sensi  della L 241/90.

Neanche la CM 105/75, che funziona come regolamento tipo, indica espressamente  quanto tempo debba intercorrere tra la riunione di Giunta e quello del consiglio e di quanto la prima debba precedere la seconda, tanto che spesso essa si svolge abitualmente nella stessa giornata anticipandolo di qualche ora o anche meno. Anche in tal caso quindi è opportuno che intervengano i regolamenti delle singole scuole.

Dunque, le incertezze attuali sono determinate dalla evoluzione normativa non seguita da un chiaro adeguamento che hanno portato ad un progressivo svilimento dell’organo tanto che nelle più recenti proposte di legge di riforma degli organi collegiali non ve n’è praticamente traccia.

24.07.2016

 

Il diritto del pasto “domestico” e l’alleanza scuola famiglia

Il diritto del pasto “domestico” e l’alleanza scuola famiglia

di Cinzia Olivieri

La refezione scolastica (come previsto dal D.M. 31 dicembre 1983Individuazione delle categorie di servizi pubblici locali a domanda individuale” punto n. 10, emanato ai sensi dell’art. 6 del D.L. 28 febbraio 1983, n. 55, convertito in L. 26 aprile 1983, n. 131) è un servizio pubblico locale “a domanda individuale”. Per l’effetto, l’ente locale non ha l’obbligo di istituirlo ed organizzarlo ma se lo fa è obbligato a stabilire la quota di copertura tariffaria a carico dell’utenza.

Tanto è non controverso ed è stato confermato dalla Sentenza della Corte d’Appello di Torino 21 giugno 2016, n. 1049

Invero, se il servizio è a richiesta e l’ente locale non ha obbligo di organizzarlo, appare coerente dedurre che ove le famiglie all’atto dell’iscrizione optino per una modalità oraria per la quale è prevista la mensa (tempo pieno o prolungato), possano scegliere liberamente se servirsi della refezione (peraltro  a pagamento) oppure fornire direttamente il pasto al proprio figlio.

Invece se quanto predetto è logico  non è tuttavia pacifico, tanto da rendere necessario ricorrere all’Autorità Giudiziaria per vedersi riconosciuto il diritto di scegliere tra la refezione scolastica ed il pasto domestico e, in tal caso, di consumarlo all’interno dei locali della scuola.
La pronuncia della Corte d’Appello costituisce (temporalmente) l’ultimo atto di un contenzioso collegato a problematiche storiche riguardanti il servizio mensa e non relative soltanto a Torino.

Essa è stata preceduta dalla Sentenza del TAR Piemonte 10 luglio 2014, n. 1365 il quale però, senza entrare nel merito, si era limitato ad affermare che la questione sfuggiva alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo rientrando in quella del giudice ordinario.

Proposta perciò la domanda innanzi al Tribunale, questo, come si evince dall’excursus ricostruito nella sentenza di appello,  ha rigettato la domanda in quanto, pur riconoscendo le predette caratteristiche del servizio di refezione scolastica, tuttavia non ha individuato un obbligo per la scuola di istituire un “servizio alternativo interno” per coloro che intendono consumare il pasto “domestico”, mancando una norma che imporrebbe all’amministrazione di consentire, a tal fine, l’utilizzo dei locali della mensa scolastica in orario di refezione.

I genitori, secondo il giudice di prime cure, possono scegliere un orario che includa il tempo mensa e di non usufruire del servizio di refezione ma in tal caso prelevando (o facendo uscire) il figlio da scuola  durante l’orario della mensa e riaccompagnandolo (o facendolo rientrare) prima della ripresa delle lezioni, dopo il pasto, non sussistendo un obbligo per la scuola di organizzare un “servizio alternativo”.

I genitori però non stanno richiedendo un diverso servizio ma solo il diritto di scegliere di non usufruire di quello esistente.

La Corte di Appello di Torino,  perciò, ha in primo luogo rilevato “l’errore compiuto dal Tribunale nel ritenere che gli allievi possano allontanarsi dalla scuola durante la refezione” in quanto il tempo dedicato alla mensa rientra nel tempo scuola e quindi gli studenti, allontanandosi per il pasto, “collezionerebbero ore di assenza incidenti sulla frequenza scolastica”. Inoltre l’allontanamento imposto durante la pausa pranzo, in caso di scelta di non avvalersi del servizio organizzato dall’ente, “si porrebbe in contrasto con la natura di servizio non obbligatorio a domanda individuale della refezione scolastica dovendosi escludere l’alternativa costituita dal digiuno”. Pertanto ha ritenuto fondato il motivo di appello.

La Corte ha svolto un ineccepibile ragionamento giuridico riscontrando che:

–              l’art. 34, primo comma, della Costituzione prevede il diritto all’istruzione, obbligatoria per almeno otto anni e gratuita.

–              Come disposto dal Dlgs 59/04 (“Definizione delle norme generali relative alla scuola dell’infanzia e al primo ciclo dell’istruzione, a norma dell’articolo 1 della legge 28 marzo 2003, n. 53“) ed esplicitato dalla  C.M. n. 29 del 5 marzo 2004 che ha fornito Indicazioni e istruzioni, “l’orario annuale delle lezioni nel primo ciclo di istruzione comprende: (a) un monte ore obbligatorio; (b) un monte ore facoltativo opzionale; (c) eventualmente l’orario riservato all’erogazione al servizio di mensa e di dopo mensa”. Il servizio scolastico è erogato nell’ambito di tali segmenti d’orario. “Essi concorrono a costituire un modello unitario del processo educativo, da definire nel Piano dell’offerta formativa” (p. 3\4 C.M. n. 29/2004).

–              Tali servizi di mensa (p.11 C.M. n. 29/2004) “ necessari per garantire lo svolgimento delle attività educative e didattiche … vengono erogati utilizzando l’assistenza educativa del personale docente, che si intende riferita anche al tempo riservato al dopo mensa”.

–              Previsione analoga si ha (p. 16) per il “tempo scuola” nella secondaria di primo grado.

–              Il diritto all’istruzione primaria corrisponde ormai “in modo più ampio al diritto di partecipare al complessivo progetto educativo e formativo che il servizio scolastico deve fornire nell’ambito del “tempo scuola” in tutte le sue componenti e non soltanto a quelle di tipo strettamente didattico” e dunque la permanenza nella scuola durante mensa costituisce un diritto soggettivo perfetto.

Pertanto, ribadito che la refezione è servizio locale a domanda individuale, non obbligatorio per l’ente e facoltativo per l’utente, essendo incontestabile che gli studenti  nel tempo mensa debbano consumare un pasto e che  la permanenza a scuola in questo orario risponde ad un diritto soggettivo, non può che conseguire che il pranzo debba essere consumato a scuola anche  al di fuori della refezione scolastica.

Insomma sebbene tale diritto non sia previsto da una norma specifica (che neanche contempla l’obbligo di aderire al servizio di refezione) esso deve ritenersi sussistente con conseguente accoglimento della pretesa.

Queste le chiare argomentazioni della Corte, che non entra nel merito di come tale diritto sia poi attuato nelle singole scuole sotto l’aspetto organizzativo, essendo materia riservata all’autonomia organizzativa delle stesse.

Neanche ha preso in considerazione presunte ulteriori problematiche di merito da qualche parte avanzate.

Comunque in alcun modo risulta compromesso il diritto di chi invece decida di optare per il servizio di refezione.

Inoltre di norma, anche nella somministrazione dei pasti da parte del servizio offerto dall’ente si tiene conto di intolleranze, allergie o di diverse scelte alimentari e dunque non può esservi alcuna preoccupazione riguardo ad alunni che consumano cibi diversi né ciò incide sulla normale vigilanza giacché “contaminazioni” di vario genere sono possibili in ogni caso.

Ebbene, se è noto e vero che la sentenza faccia stato tra le parti, i loro eredi e aventi causa (art. 2909 c.c.), le esposte motivazioni rendono di fatto il principio espresso generalmente invocabile.

Tuttavia l’USR Piemonte con Nota Reg. prot.n. 7480/2016 del 15 luglio 2016, dinanzi alle molteplici richieste di altri genitori che invocavano il diritto di non avvalersi del servizio di refezione, ha precisato che tali istanze non potevano essere soddisfatte, preannunciando ricorso per Cassazione avverso la sentenza della Corte d’Appello.

Non è facilmente immaginabile, in tale denegata ipotesi, come quanto argomentato nella stessa possa essere superato e smentito, ma certo ciò non avverrà nell’immediato e questo potrebbe intanto implicare il non auspicabile moltiplicarsi del contenzioso anche in sede cautelare.

Questo, e non le possibili conseguenze della scelta per il pasto domestico, rischia di determinare con l’avvio del nuovo anno scolastico il caos nelle scuole, che si troveranno al centro del conflitto, non potendo accogliere le richieste dei genitori, con enorme disagio per le famiglie e gli alunni.

Tutto ciò rischia di creare una profonda frattura tra scuola e famiglia tradendo il patto educativo.

Ma ancor più grave e che i genitori stessi appaiono divisi e contrapposti.

Invero non può non evincersi come manchino sedi di confronto istituzionale a livello territoriale.

Da quando sono stati cancellati gli organi collegiali territoriali (sopravvive solo il CSPI tra quelli previsti dal Dlgs 233/99) i genitori sono stati privati dei luoghi di interlocuzione della rappresentanza elettiva.  Attualmente solo i Forum delle associazioni dovrebbero assicurare a livello nazionale e regionale “una sede stabile di consultazione delle famiglie” (art. 3 DPR 301/05 che ha introdotto l’art. 5 bis del DPR 567/96).

Peraltro, nel caso che ci occupa, talune associazioni pare abbiano adottato una posizione di contrapposizione e non di mediazione finendo così per offrire ulteriori occasioni di  scontro.

A maggior ragione questo dovrebbe evidenziare la necessità di un collegamento (oltre che di organismi istituzionali di rappresentanza elettiva) dei genitori della scuola per monitorare sul campo le attuali e diverse esigenze delle famiglie nonché le problematiche di volta in volta sollevate e trovare soluzioni condivise. L’alleanza scuola-famiglia non può fare selezione tra i genitori.

In: http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=79423

Conto Consuntivo e Programma annuale tra termini e scadenze

Conto Consuntivo e Programma annuale tra termini e scadenze

di Cinzia Olivieri

Sono ormai decorsi i 180 giorni dall’entrata in vigore della L 107/15 (16 luglio 2015) e si attendono  ancora “le necessarie modifiche al regolamento di cui  al decreto del Ministro della pubblica istruzione 1º febbraio  2001” previste dal comma 143 della legge.  Intanto quindi è comunque interessante  approfondire alcuni aspetti relativi ai termini di approvazione del conto consuntivo (e del programma annuale).

Per l’art. 18 del DI 44/015. Il conto consuntivo è predisposto dal direttore (il DSGA)  entro il 15 marzo ed è sottoposto dal dirigente all’esame del Collegio dei revisori dei conti, unitamente ad una dettagliata relazione che illustra l’andamento della gestione dell’istituzione scolastica e i risultati conseguiti in relazione agli obiettivi programmati. Esso, corredato della relazione del collegio dei revisori dei conti, è sottoposto, entro il 30 aprile, all’approvazione del Consiglio di istituto.

Dunque il DSGA predispone il consuntivo ed il dirigente, unitamente ad una relazione illustrativa, lo sottopone all’esame dei revisori. Questi, all’esito dei controlli, eventualmente effettuano rilievi e quindi rilasciano il proprio parere, favorevole o sfavorevole, in merito alla sua regolarità. Entro il 30 aprile il documento è infine sottoposto al consiglio di istituto per l’approvazione.

Il conto consuntivo approvato dal Consiglio di istituto in difformità dal parere espresso dal Collegio dei revisori dei conti, è trasmesso, entro il 15 maggio, all’Ufficio scolastico regionale, corredato di tutti gli allegati, del programma annuale, con relative variazioni e delibere, nonché di una dettagliata e motivata relazione, ai fini dell’adozione dei provvedimenti di competenza”(art. 18 comma 6 DI 44/01) .

Dunque è possibile che il consiglio di istituto approvi il consuntivo nonostante il parere sfavorevole dei revisori. In tal caso  tale approvazione deve intervenire nel termine sopra indicato del 30 aprile  affinché nei successivi quindici giorni (comma 9) esso possa essere pubblicato nel sito della scuola e  trasmesso nel termine del 15 maggio all’USR per gli opportuni provvedimenti.

Il 30 aprile non costituisce però l’ultima scadenza utile per l’approvazione e pertanto esso viene considerato un termine ordinatorio, in quanto ove non venga osservato non sono previsti effetti o conseguenze. Infatti (comma 7) “Nel caso in cui il Consiglio di istituto non deliberi sul conto consuntivo entro 45 giorni dalla sua presentazione, il dirigente ne dà comunicazione al Collegio dei revisori dei conti e al dirigente dell’Ufficio scolastico regionale, che nomina un commissario ad acta per il relativo adempimento.

Il consiglio di istituto quindi ha ulteriori 45 giorni dalla sua presentazione per approvare il consuntivo. Il 14 giugno è perciò il termine perentorio. Infatti, decorsa inutilmente tale data, l’USR nomina un commissario ad acta per l’approvazione, che avviene comunque se il consiglio per qualsiasi ragione non vi provveda.

Quest’anno, la Nota 12.04.2016, Prot. N. 5454preso atto che sono ancora in corso di perfezionamento le nomine dei Revisori dei Conti in rappresentanza del Ministero dell’economia e delle finanze per il triennio 2016-2019 … al fine di assicurare un adeguato intervallo di tempo ai revisori dei conti del MIUR e del MEF in modo da effettuare congiuntamente le verifiche contabili previste dal Regolamento di Contabilità” ha differito, in via eccezionale, al 15 giugno 2016 il termine per l’approvazione del Conto Consuntivo 2015 da parte del Consiglio di Istituto.

Il differimento riguarda evidentemente il temine ordinatorio del 30 aprile, a cui peraltro  la nota stessa fa espresso riferimento, che pertanto diventa il 15 giugno. Sussiste perciò il rischio, per le scuole che non avessero ancora ricevuto la visita dei revisori,  di approvare il consuntivo a Luglio (entro il 30 se consideriamo i 45 giorni dal 15 giugno), in estate inoltrata, e di commissariamento ad acta in caso manchi il numero legale.

Anche per l’approvazione del programma annuale sono previsti termini, ordinatori e perentori, con alcune differenze.

Il programma annuale (art. 2 DI 44/01) è predisposto dal Dirigente Scolastico … “e proposto dalla Giunta esecutiva con apposita relazione e con il parere di regolarità contabile del Collegio dei revisori, entro il 31 ottobre, al … Consiglio di istituto. La relativa delibera è adottata dal Consiglio d’istituto entro il 15 dicembre dell’anno precedente quello di riferimento, anche nel caso di mancata acquisizione del predetto parere del collegio dei revisori dei conti entro i cinque giorni antecedenti la data fissata per la deliberazione stessa”.

Il tal caso è perciò il dirigente che lo predispone e sottopone previamente alla Giunta la quale lo propone entro il 31 ottobre, corredato della relazione illustrativa e del parere di regolarità (ove vi sia) dei revisori, al Consiglio di istituto, che ha poi ulteriori 45 giorni per approvarlo.

Il 15 dicembre però non è un termine perentorio perché la mancata approvazione non determina conseguenze.

Infatti il successivo art. 8 rubricato: Esercizio provvisorio al secondo capoverso afferma:Qualora il programma non sia stato approvato entro 45 giorni dall’inizio dell’esercizio, il dirigente ne dà immediata comunicazione all’Ufficio scolastico regionale, cui è demandato il compito di nominare, entro i successivi 15 giorni, un commissario ad acta che provvede al predetto adempimento entro il termine prestabilito nell’atto di nomina”.

Dunque il termine perentorio per l’approvazione del programma è 45 giorni dall’inizio dell’esercizio, che decorre dal  1° gennaio (comma 1 dell’art. 2), e scade perciò il 14 febbraio. Esso sarà approvato comunque dal commissario ad acta se il consiglio non vi provvede.

La procedura di approvazione dei documenti contabili appare pertanto costituita da:

–         una fase prodromica all’approvazione, preparatoria, alla quale partecipano più soggetti (DS/DSGA, revisori, Giunta) e che si conclude, nei termini indicati (30 aprile/31 ottobre), con la presentazione al consiglio di istituto;

–         segue la fase deliberativa, di competenza del consiglio di istituto (entro e non oltre il 14 giugno/14 febbraio).

E’ testuale che solo il consiglio possa operare nel termine perentorio. La scadenza ulteriore è finalizzata esclusivamente a  consentire una delibera di approvazione. Potrebbe accadere infatti ad esempio che il consiglio non raggiunga il numero legale (art. 37 Dlgs 297/94) e quindi occorra riconvocarlo rispettando anche le varie esigenze organizzative.

Dunque non sarebbe corretto ritenere, come comunemente accade, che qualsiasi fase della procedura possa essere compiuta successivamente alle scadenze previste purché essa si completi nel termine finale (14 febbraio – 14 giugno).

Tuttavia, poiché solo la mancata tempestiva deliberazione determina il commissariamento mentre un eventuale  ritardo nella presentazione al consiglio resta privo di effetti, i termini antecedenti a quello perentorio diventano di fatto non vincolanti, indicativi, comunque privi di pregiudizio.

I genitori in particolare, che già faticano a seguire il funzionamento della scuola, spesso sono confusi da tale incertezza temporale. È auspicabile, pertanto, che le necessarie modifiche al regolamento di contabilità tengano conto di tanto anche al fine di garantire a tali procedure maggiore chiarezza ed uniformità.

In: http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=78330

Scuola-famiglia: provvedimenti del giudice, responsabilità genitoriale e gestione dell’uscita

Scuola-famiglia: provvedimenti del giudice, responsabilità genitoriale e gestione dell’uscita

di Cinzia Olivieri

Nei rapporti scuola-famiglia si pongono taluni problemi nell’esercizio della responsabilità genitoriale a seguito di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili, annullamento, nullità del matrimonio ovvero all’esito di procedimenti relativi ai figli nati fuori del matrimonio” (Capo II Titolo IX del codice civile).

Infatti i provvedimenti emessi dal giudice ai sensi dell’art. 337 ter c.c. non sempre possono essere tanto dettagliati da riuscire ad evitare e/o a risolvere tutte le possibili situazioni di conflitto tra i genitori nella gestione della relazione con i figli, in cui la scuola finisce spesso per essere coinvolta.

La nota miur 2.09.2015, prot. N. 5336 ha fornito Indicazioni operative per la concreta attuazione in ambito scolastico della legge 54/2006 – “Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli” ma necessariamente con carattere generale senza poter addentrarsi in specifiche questioni.

Per quanto riguarda il profilo normativo, dapprima la L 54/06 ha modificato l’art. 155 c.c. (rubricato “provvedimenti riguardo ai figli”) affermando il principio della bigenitorialità in caso di separazione. Quindi, il Dlgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha introdotto una nuova “modifica della normativa vigente al fine di eliminare ogni residua discriminazione rimasta nel nostro ordinamento fra i figli nati nel e fuori dal matrimonio, così garantendo la completa eguaglianza giuridica degli stessi” ed ha sostituito tale articolo (l’art. 337 ter reca la stessa rubrica) estendendo generalmente a tutti i figli minoriil diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi (genitori), di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale

Poiché la responsabilità genitoriale è esercitata congiuntamente da entrambi i genitori (artt. 316, 337 ter c.c.), ciascuno dei quali, in genere (art. 320 c.c.) o su disposizione del giudice (art. 337 ter c.c.), però può compiere disgiuntamente gli atti di ordinaria amministrazione,  di consueto non sempre è necessario e/o obbligatorio per la scuola acquisire il doppio assenso (ad es. autorizzazione a visite guidate).

Tuttavia è consigliabile richiederlo in situazioni che si conoscono conflittuali, sempre che  il genitore porti a conoscenza la scuola di eventuali provvedimenti del Tribunale che dispongano in merito all’esercizio della responsabilità e ad un eventuale esercizio separato.

Il giudice poi, nell’adottare i provvedimenti relativi alla prole (art. 337 ter c.c.), “determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore”.

Tale disposizione è diretta ad assicurare che il minore mantenga un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori. Per l’effetto, non sempre tempi e modalità di visita sono stabiliti in maniera estremamente puntuale e specifica, anche e soprattutto con riferimento all’uscita da scuola, così da lasciare margini di flessibilità nell’interesse del minore. Quindi, fermo l’affido congiunto, la circostanza che gli orari e condizioni di permanenza presso il genitore non collocatario non prevedano testualmente la possibilità di recupero del minore al termine dell’orario scolastico, neanche, solo per questo, può indurre a concludere che essa sia esclusa (salvo ovviamente espressa disposizione). Nè il genitore non convivente abbisogna della delega dell’altro, il quale non può disporre unilateralmente in merito perché tanto sarebbe in contraddizione con un esercizio condiviso della responsabilità genitoriale ed il compimento disgiunto di atti di ordinaria amministrazione.

In caso di contrasto tra i genitori riguardo questa modalità, la scuola quindi potrebbe trovarsi in difficoltà. Laddove tale disaccordo diventi insanabile occorrerà che essi richiedano, ai sensi dell’art. 337 ter c.c., l’intervento del giudice per cercare una soluzione.

19.05.2016

Fonte http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=77020