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Spese scolastiche: detrazione e documentazione. Certificazione della scuola e pubblicazione delle delibere

Spese scolastiche: detrazione e documentazione. Certificazione della scuola e pubblicazione delle delibere

di Cinzia Olivieri

La Circolare Agenzia Entrate 4 aprile 2017, N. 7/E ha specificato con maggior dettaglio le spese di istruzione non universitaria, detraibili nella misura del 19 per cento calcolata su un importo massimo di euro 564 per l’anno 2016 per alunno o studente (Art. 15, comma 1, lettera e-bis, del TUIR, non cumulabili con le erogazioni liberali a favore degli istituti scolastici di ogni ordine e grado dell’Art. 15, comma 1, lettera i-octies, del TUIR).

I pagamenti vanno ovviamente documentati ed il contribuente deve esibire e conservare le ricevute o quietanze di pagamento recanti gli importi sostenuti nel corso del 2016 e i dati dell’alunno o studente.

Nessun problema quindi per le tasse (di iscrizione e di frequenza) in quanto versate a mezzo conto corrente postale ed in genere per tutti i pagamenti effettuati a mezzo bollettino postale o bonifico bancario intestato alla scuola.

Per la mensa la Circolare precisa che la spesa può essere documentata mediante la ricevuta del bollettino o del bonifico intestata al soggetto destinatario del pagamento – scuola, Comune o altro fornitore del servizio – e deve riportare nella causale l’indicazione del servizio mensa, nonché sin dall’origine la scuola di frequenza e il nome e cognome dell’alunno, giacché tali dati non saranno integrabili successivamente.

In caso di pagamento in contanti o con altre modalità (ad esempio, bancomat) o acquisto di buoni mensa in formato cartaceo o elettronico, occorrerà attestazione (esente dall’imposta di bollo come la relativa istanza, purché indichi l’uso cui è destinata), rilasciata dal soggetto che ha ricevuto il pagamento o dalla scuola che certifichi l’ammontare della spesa sostenuta nell’anno e i dati dell’alunno o studente.

Riguardo poi le spese per gite scolastiche, assicurazione della scuola e altri contributi scolastici finalizzati all’ampliamento dell’offerta formativa (ad esempio corsi di lingua, teatro) deliberati, qualora il pagamento sia stato effettuato nei confronti di soggetti terzi (ad es.: all’agenzia di viaggio) occorre l’attestazione dell’istituto scolastico dalla quale si rilevi la delibera di approvazione e i dati dell’alunno o studente. Se le spese sono pagate alla scuola non è richiesta la copia della delibera scolastica che ha disposto tali versamenti.

Tanto comporta evidentemente una attività di documentazione dell’istituzione scolastica.

Si rafforza quindi la necessità di pubblicazione delle delibere del consiglio di istituto sul sito web.

A tal proposito è da ritenere ormai anacronistico e superato il termine di 10 giorni della durata della pubblicazione previsto dall’art. 13 comma 2 della CM 105/75 (da intendersi come spazio temporale minimo). Sarebbe opportuno che restassero pubblicate quanto meno per tutta la durata dell’anno scolastico.

Occorrerà peraltro a maggior ragione superare talune prassi che vedono i rappresentanti, specie laddove si tratta importi individuali di non rilevante entità per attività della classe, impegnati a raccogliere le somme per poi eseguire un unico versamento alla scuola. In tal caso, il pagamento è effettuato all’istituto ma solo una attestazione della scuola può ricondurlo al singolo studente, giacché il genitore è sprovvisto di ricevuta o quietanza propria.

Spese scolastiche: C’è maggiore chiarezza su cosa e quanto detrarre

C’è maggiore chiarezza su cosa e quanto detrarre

di Cinzia Olivieri

Riguardo le nuove ipotesi di detraibilità delle spese scolastiche, previste dalla recente circolare N. 7/E dell’Agenzia delle Entrate, occorrono alcune precisazioni.

La legge n. 40/2007 all’art. 13 comma e lettera a), modificando il testo unico delle imposte sui redditi (DPR 917/86), ha aggiunto all’articolo 15, comma 1 la lettera i-octies) che ha previsto la detraibilità delle “erogazioni liberali a favore degli istituti scolastici di ogni ordine e grado, statali e paritari senza scopo di lucro appartenenti al sistema nazionale di istruzione di cui alla legge 10 marzo 2000, n. 62, e successive modificazioni, finalizzate all’innovazione tecnologica, all’edilizia scolastica e all’ampliamento dell’offerta formativa”, purché il versamento sia eseguito tramite banca o ufficio postale ovvero mediante gli altri sistemi di pagamento previsti dall’articolo 23 del Dlgs 241/1997.

A proposito del “contributo volontario” la nota 20 marzo 2012, Prot. n. 0000312 ha quindi disposto che: “Le risorse raccolte con contributi volontari delle famiglie devono essere indirizzate esclusivamente ad interventi di ampliamento dell’offerta culturale e formativa e non ad attività di funzionamento ordinario e amministrativo che hanno una ricaduta soltanto indiretta sull’azione educativa rivolta agli studenti. All’atto del versamento, poi, le famiglie vanno sempre informate in ordine alla possibilità di avvalersi della detrazione fiscale di cui all’ art. 13 della legge n. 40/2007”.

Si è perciò desunto che tale contributo dovesse essere destinato all’innovazione tecnologica, all’ampliamento dell’offerta ed all’edilizia scolastica e per l’effetto detratto quale erogazione liberale alle condizioni sopra previste, tanto che la disposizione ministeriale ha invitato le scuole a darne adeguata informazione alle famiglie.

La legge n. 107/2015 ha poi ulteriormente modificato l’art. 15, comma 1, lettera e) del TUIR, che riguardava tutte le spese di istruzione detraibili, aggiungendo la nuova lettera e-bis), che disciplina ora la detrazione delle spese per la frequenza delle scuole di ogni ordine e grado, statali e paritarie (lo scorso anno prevista per un importo annuo non superiore a 400 euro annui per alunno), non cumulabile con quella della suddetta lettera i-octies), mentre la lettera e) contempla solo quella delle spese di istruzione universitaria.

Pertanto, lo scorso anno, a seguito della circolare 3/E in materia di istruzione risultavano detraibili:

  • spese di istruzione universitaria (Art. 15 lettera e));
  • spese per la frequenza delle scuole di ogni ordine e grado, statali e paritarie (Art. 15 lettera e-bis)) entro i 400 euro non cumulabili con la lettera i-octies, tra le quali: le tasse (di iscrizione e frequenza), i contributi obbligatori, i contributi volontari e le altre erogazioni liberali, deliberati dagli istituti scolastici o dai loro organi e sostenuti per la frequenza scolastica ma non per le finalità di cui alla lettera i-octies) comprese le spese per la mensa scolastica;
  • contributi volontari consistenti in erogazioni liberali finalizzate all’innovazione tecnologica (es. acquisto di cartucce stampanti), all’edilizia scolastica (es. pagamento piccoli e urgenti lavori di manutenzione o di riparazione), all’ampliamento dell’offerta formativa (es. acquisto di fotocopie per verifiche o approfondimenti)” (Art. 15 lettera i-octies)), senza limiti di importo.

Se poteva restare ancora qualche dubbio in merito alla detrazione dei contributi volontari ed al senso del participio “deliberati”, quest’anno l’Agenzia delle entrate con la circolare N. 7/E, ha fornito ulteriori precisazioni, elencando tra le Spese di istruzione non universitarie di pagina 84 (Rigo E8/E10, cod. 12 – Art. 15, comma 1, lettera e-bis, del TUIR), detraibili nei limiti stavolta di € 564,00 per studente, sempre non cumulabili con quelle della lettera i-octies, oltre le tasse (a titolo di iscrizione e di frequenza) e i contributi obbligatori, i contributi volontari e le erogazioni liberali deliberati tra cui:

  • la mensa scolastica (già individuata dalla circolare 3/E)
  • i servizi scolastici integrativi, quali l’assistenza al pasto e il pre e post scuola;
  • le gite scolastiche, l’assicurazione della scuola e ogni altro contributo scolastico finalizzato all’ampliamento dell’offerta formativa deliberato dagli organi d’istituto (corsi di lingua, teatro, ecc., svolti anche al di fuori dell’orario scolastico e senza obbligo di frequenza), con allegazione della delibera nel caso in cui il pagamento sia effettuato a soggetti terzi (ad es.: all’agenzia di viaggio).

Pertanto, se la sfera di detraibilità si è ampliata ed è aumentato anche il relativo importo, praticamente ogni spesa scolastica: mensa, gite, ampliamento dell’offerta, assicurazione, quest’ultima spesso versata in uno al contributo volontario, può essere detratta nei limiti di € 564,00 annui per studente. Infatti, come specificato, sebbene si tratti di somme corrisposte volontariamente, sono sempre deliberate dagli organi scolastici e perciò non possono essere assimilate ad una erogazione compiuta per mero spirito di liberalità.

A prescindere dalla necessità di un aggiornamento della circolare sul contributo, si deve evidenziare tuttavia che, specie nel secondo grado di istruzione, la somma delle spese supera anche in misura considerevole l’importo detraibile. Ma comunque si è fatta maggiore chiarezza sul punto.

Detrazione delle gite scolastiche e del contributo volontario deliberato e non

Detrazione delle gite scolastiche e del contributo volontario deliberato e nondi Cinzia OlivieriL’Agenzia delle Entrate, con la circolare N. 7/E del 04/04/2017, ha fornito ulteriori chiarimenti ampliando le ipotesi di detraibilità delle spese per la frequenza scolastica.

Già con la circolare 3/E, a seguito della legge n. 107/2015, era stato modificato l’art. 15, comma 1, lettera e) del TUIR.

A questo, che precedentemente riguardava tutte le spese di istruzione detraibili, è stata aggiunta la successiva nuova lettera e-bis). Per l’effetto, la lettera e) disciplina ora la sola detrazione delle spese di istruzione universitaria e la e bis) quella delle spese per la frequenza delle scuole di ogni ordine e grado, statali e paritarie, lo scorso anno prevista per un importo annuo non superiore a 400 euro per alunno, non cumulabile con quella della successiva lettera i-octies), per le erogazioni liberali a favore degli istituti scolastici di ogni ordine e grado, statali e paritari, finalizzate all’innovazione tecnologica, all’edilizia scolastica e all’ampliamento dell’offerta formativa.

Queste in sintesi le ipotesi considerate:

  • 15 lettera e) spese di istruzione universitaria;
  • 15 lettera e-bis) spese di istruzione nel limite massimo di 400 euro per alunno o studente tra cui si annoverano: le tasse (di iscrizione e frequenza), i contributi obbligatori, i contributi volontari e le altre erogazioni liberali, deliberati dagli istituti scolastici o dai loro organi e sostenuti per la frequenza scolastica ma non per le finalità di cui alla lettera i-octies) comprese le spese per la mensa scolastica.
  • 15 lettera i-octies), “contributi volontari consistenti in erogazioni liberali finalizzate all’innovazione tecnologica (es. acquisto di cartucce stampanti), all’edilizia scolastica (es. pagamento piccoli e urgenti lavori di manutenzione o di riparazione), all’ampliamento dell’offerta formativa (es. acquisto di fotocopie per verifiche o approfondimenti)”, senza limiti di spesa.

Occorre precisare che, in materia di contributi scolastici delle famiglie, con la Nota ministeriale del 7 marzo 2013 n. 593, preceduta da quella del 20 marzo 2012, Prot. n. 0000312 si è chiarito che, premesso il principio costituzionale di gratuità dell’istruzione (Art. 34) fino al terzo anno della scuola secondaria di secondo grado, ribadito dalla legge finanziaria 2007, con il solo obbligo di pagamento delle tasse erariali negli ultimi due anni successivi, la scuola non ha capacità impositiva (art. 23 Cost.) e quindi può deliberare la richiesta di contributi alle famiglie ma in forma assolutamente volontaria con la sola ulteriore eccezione delle “spese sostenute per conto delle famiglie”. Con riferimento a queste, la Nota del 20 marzo 2012 prevede “l’obbligo di rimborsare alla scuola alcune spese sostenute per conto delle famiglie stesse, come, ad esempio, quelle per la stipula del contratto di assicurazione individuale per gli infortuni e la responsabilità civile degli alunni, o quelle per i libretti delle assenze o per le gite scolastiche”.

Si dovrebbe desumere, non senza perplessità, che assicurazione, libretti delle assenze e gite scolastiche debbano rientrare nel “contributo obbligatorio” di cui alla predetta circolare, sebbene si tratti comunque di spese assolutamente facoltative, né è chiaro quali siano i casi in cui la scuola sia chiamata a sostenerle “per conto”, cioè in nome o per incarico, delle famiglie.

Inoltre, sempre la nota del 2012 afferma: “Le risorse raccolte con contributi volontari delle famiglie devono essere indirizzate esclusivamente ad interventi di ampliamento dell’offerta culturale e formativa e non ad attività di funzionamento ordinario e amministrativo che hanno una ricaduta soltanto indiretta sull’azione educativa rivolta agli studenti.

All’atto del versamento, poi, le famiglie vanno sempre informate in ordine alla possibilità di avvalersi della detrazione fiscale di cui all’ art. 13 dellalegge n. 40/2007” (che ha inserito la lettera i-octies) all’art. 15 del TUIR) e cioè che il contributo volontario può essere detratto fiscalmente (quale erogazione liberale finalizzata all’innovazione tecnologica, all’ampliamento dell’offerta ed all’edilizia scolastica). Pertanto il contributo volontario è stato assimilato a tali erogazioni liberali.

Esso, secondo la nota ministeriale, non può essere destinato al funzionamento, mentre la circolare 3/E distingue il contributo volontario della lettera e-bis), detraibile nei limiti di 400 euro, dalle erogazioni liberali (non deliberate) finalizzate all’innovazione tecnologica, all’ampliamento dell’offerta ed all’edilizia scolastica della lettera i-octies), detraibili senza limiti, che invece possono essere destinate, secondo quanto suindicato, anche al funzionamento (es: acquisto cartucce e fotocopie).

Le due quindi disposizioni non appaiono coerenti se, come sembra affermare la nota, quanto meno sotto il profilo della detraibilità, il contributo volontario ed erogazioni liberali praticamente si identificano.

La circolare N. 7/E, confermando l’esclusione dalla detrazione per l’acquisto di materiale di cancelleria e di testi scolastici per la scuola secondaria di primo e secondo grado nonché per il servizio di trasporto scolastico, in quanto alternativo al trasporto pubblico per il quale non è prevista agevolazione (Risoluzione 4.08.2016, n. 68/E), elenca, poi, tra le Spese di istruzione non universitarie di pagina 84 (Rigo E8/E10, cod. 12 – Art. 15, comma 1, lettera e-bis, del TUIR), detraibili nei limiti di € 564 per studente:

  • le tasse (a titolo di iscrizione e di frequenza) e i contributi obbligatori.
  • i contributi volontari e le erogazioni liberali sostenuti per la frequenza scolastica, che, in quanto deliberati, non rientrano tra le Erogazioni liberali a favore degli istituti scolastici di ogni ordine e grado di pagina 133 (Rigo E8/E10, cod. 31- Art. 15, comma 1, lett. i–octies), del TUIR) finalizzate all’innovazione tecnologica, all’edilizia scolastica ed all’ampliamento dell’offerta formativa, non cumulabili, che danno diritto alla detrazione senza limiti ai sensi dell’art. 15, comma 1, lett. i-octies) del TUIR.

Tra i contributi/erogazioni deliberati di cui alla lettera e bis) si annoverano:

  • la mensa scolastica (già individuata dalla circolare 3/E)
  • i servizi scolastici integrativi, quali l’assistenza al pasto e il pre e post scuola, anche resi per il tramite del Comune o di altri soggetti terzi e non deliberati, essendo istituzionalmente previsti dall’ordinamento scolastico (come anche precisato dalla Circolare 06.05.2016 n. 18/E risposta 2.1 e dalla Risoluzione 4.08.2016, n. 68/E);
  • le gite scolastiche, l’assicurazione della scuola e ogni altro contributo scolastico finalizzato all’ampliamento dell’offerta formativa deliberato dagli organi d’istituto (corsi di lingua, teatro, ecc., svolti anche al di fuori dell’orario scolastico e senza obbligo di frequenza), con allegazione della delibera nel caso in cui il pagamento sia effettuato a soggetti terzi (ad es.: all’agenzia di viaggio).

Pertanto le gite e l’assicurazione rientrano tra i contributi volontari detraibili nei limiti di € 564 (e quindi non appaiono più obbligatoriamente dovuti in quanto spesi “per conto delle famiglie”), mentre per le spese destinate all’ampliamento dell’offerta occorre a questo punto distinguere, ai fini della detraibilità, tra quelle deliberate e quelle invece versate per puro spirito di liberalità.

Restano da definire con maggiore chiarezza i contributi obbligatori.

Insomma sarebbe opportuno un aggiornamento ed un chiarimento anche in materia di contributi scolastici per coordinare meglio i due testi.

E il panino finisce in Cassazione

E il panino finisce in Cassazione

di Cinzia Olivieri

Dopo aver varcato i confini nazionali il panino è giunto in Parlamento, oggetto di una  interrogazione (la n. 5/09557 presentata il 23 settembre), nella quale si apprezza il valore della mensa (rectius: servizio mensa) quale “conquista sociale per le famiglie” e “garanzia della salute dei bambini sotto il profilo di una completa e corretta alimentazione bilanciata dal punto di vista nutrizionale”.

L’importanza della mensa, quale momento di socializzazione e formazione, come si è spesso ripetuto, è indiscussa e non è né contraddetta né svilita dal pasto domestico, né il valore del tempo mensa può ridursi nella identica somministrazione di vitto a pagamento secondo tariffe.

All’atto dell’iscrizione i genitori optano per un tempo scuola e non per un servizio, peraltro facoltativo (a domanda individuale D.M. 31 dicembre 1983).

È la mensa (rectius: tempo mensa) portatrice di una “funzione pedagogica, sociale e di educazione alimentare” e non il servizio.

Sotto il profilo argomentativo tuttavia, appare oggettivamente opinabile che solo la refezione garantisca ai bambini una sana alimentazione, così che tutti quelli che non se ne servano siano destinati ad avere problemi nutrizionali, giacché i genitori sono ritenuti evidentemente inidonei ad assicurare una alimentazione equilibrata.

Non si tratta di valutare cosa sia preferibile (servizio di refezione/pasto domestico) ma semplicemente di garantire un diritto di scelta.

Il principio non è innovativo, giacché la sentenza della corte di Appello di Torino ha semplicemente riconosciuto un diritto esistente ma evidentemente non correttamente applicato e pienamente esercitato. Dunque nessun vuoto. Solo un diverso orientamento.

Per l’effetto la vera discriminazione è separare, o peggio escludere dalla mensa, chi desidera portare il pasto da casa.

Sebbene tutto questo sia stato ribadito fino allo sfinimento, permangono resistenze ed invocate ragioni ostative al pieno esercizio di tale diritto, tra le quali: esigenze organizzative, carenza di personale ATA; adattamento dei locali; pareri di idoneità igienico sanitaria; necessità di sopralluoghi ….

L’ente locale continua a rivendicare la propria autonomia decisionale sulla destinazione del refettorio in orario scolastico, nonostante il quadro normativo evidenzi dell’altro ed infatti:

–       L’art. 94 del Dlgs 297/94  prevede che sia il consiglio di circolo o di istituto a consentire l’uso delle attrezzature da parte di altre scuole che ne facciano richiesta, per lo svolgimento di attività didattiche durante l’orario scolastico;

–       l’art. 96 del Dlgs 297/94 stabilisce che fuori dell’orario del servizio scolastico gli edifici e le attrezzature scolastiche possono essere utilizzati su temporanea concessione del comune o della provincia ma previo assenso dei consigli di circolo o di istituto;

–       l’art. 2 del DPR 567/96 (art. 9 della direttiva 133/ 96)  dispone che “Gli edifici e le attrezzature scolastiche possono essere utilizzati, a tal fine, fuori dell’orario scolastico, di norma nel pomeriggio e, ove possibile, nei giorni festivi, secondo le modalità previste dal consiglio di circolo o d’istituto e in conformità dei criteri generali di utilizzazione assunti dal consiglio scolastico provinciale nonché di quelli stabiliti dalle necessarie convenzioni con gli enti proprietari dei beni”;

–       la L 23/96 (art. 3) assegna a Comuni e Province la realizzazione, fornitura e manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici; le spese di ufficio e per l’arredamento nonché quelle per le utenze elettriche e telefoniche, per la provvista dell’acqua e del gas, per il riscaldamento ed ai relativi impianti;

–       il dlgs 112/98 ha trasferito (art. 139) ai comuni ed alle province le funzioni relative al piano di utilizzazione degli edifici e di uso delle attrezzature, ma elaborato d’intesa con le istituzioni scolastiche;

–       l’art.  50 DI 44/01  dispone che l’utilizzazione temporanea dei locali dell’istituto può essere concessa a terzi,  previa deliberazione del Consiglio di istituto su criteri e limiti per lo svolgimento, da parte del dirigente, di tale attività negoziale (articolo 33, comma 2, lettera c)), a condizione che ciò sia compatibile con la destinazione dell’istituto stesso ai compiti educativi e formativi.

Stante tuttavia la persistente contrapposizione, a mediare il conflitto è intervenuto intanto l’Ufficio Regionale del Piemonte, il quale con la nota del 14.10.16 ha stabilito che “In attesa che sul riconoscimento del diritto alla fruizione del pasto c.d. “domestico” si pronunci definitivamente la Corte di Cassazione, si ritiene che l’unica modalità applicativa idonea a tutelare i diritti e le scelte di tutte le famiglie, salvaguardando al contempo la continuità dell’erogazione dell’offerta formativa e i valori educativi e di socializzazione propri del tempo pieno e del tempo prolungato, sia costituita dalla possibilità di consumare il pasto domestico nei locali adibiti a refezione scolastica, anche attraverso l’individuazione di apposite aree dedicate”.

Dopo aver specificato che il servizio di pulizia, laddove necessario, deve assicurato dal personale ATA e la sorveglianza e l’assistenza educativa dal personale docente, è stata inoltre annunciata l’istituzione presso l’USR di un Osservatorio regionale per “riaprire un dialogo costruttivo tra le parti”.

Ciò non è bastato però a rendere disponibili tutte le scuole al pasto domestico “promiscuo”, tant’è che il 21 ottobre con una nuova nota l’Ufficio ha sollecitato le scuole a permettere la consumazione nei locali adibiti alla refezione.

L’Osservatorio è stato quindi costituito e progressivamente integrato. Tra i compiti quello di ridefinire e proporre un nuovo patto di corresponsabilità educativa che tenga conto delle esigenze derivanti dalla possibilità per le famiglie di portare i cibi da casa.

Non si può però fare a meno di chiedersi il senso dell’impegno nella elaborazione di un accordo (che implica il riconoscimento del diritto di scelta) destinato ad operare potenzialmente, nelle stesse intenzioni di una delle parti, solo in via transitoria. Infatti il ricorso in Cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Torino è stato intanto notificato, prima dal Comune (sebbene nel report dell’ASAPI  della riunione del 5 luglio 2016 si legga “il Comune risulta non essere nella condizione di poter fare ricorso”) e quindi dal Ministero.

Quale patto se, nonostante la questione sia stata posta da Torino a livello nazionale e non esista oggettivamente alcuna norma, al di là delle tante argomentazioni idealistiche e/o di opportunità, che obblighi ad utilizzare un servizio di refezione (peraltro a pagamento nella scuola dell’obbligo), i genitori devono onerarsi anche dei costi della Cassazione per far valere un riconosciuto diritto di scelta?

Mentre l’amministrazione non fornisce risposta a tale dubbio, a breve saranno discussi nuovi ricorsi a Milano e a Lucca ed altri Tribunali potrebbero essere investiti della questione.

Ma per il panino è tempo di affrontare una nuova avventura.

Non sono determinabili con esattezza i tempi, tuttavia nelle more è stata organizzata una raccolta fondi per sostenere questa impegnativa fase del contenzioso, accessibile su: https://buonacausa.org/cause/caromensa.

Un patto non si addice ad una mera tregua momentanea.

 

Assicurazione integrativa e libretti: sono dunque spese obbligatorie?

Assicurazione integrativa e libretti: sono dunque spese obbligatorie?

di Cinzia Olivieri

Il 20 ottobre è stata posta all’ordine del giorno della VII^ Commissione Cultura Camera una nuova  Interrogazione a risposta in commissione (n. 5-08789)  sui contributi volontari delle scuole.

Le Note ministeriali del   20 marzo 2012, Prot. n. 312 e del 7 marzo 2013 n. 593 hanno chiarito, premessa la gratuità connessa all’obbligo e la mancanza di capacità impositiva da parte delle scuole (artt. 34 e 23 Cost), che il contributo delle famiglie a favore delle istituzioni scolastiche è volontario, che l’iscrizione non può essere subordinata al suo pagamento e che non sono legittime discriminazioni “sia in termini di valutazione che disciplinari” derivanti dal rifiuto di versamento scolastico.

Tuttavia esse parlano anche di “obbligo di rimborsare alla scuola alcune spese sostenute per conto delle famiglie stesse”, individuate dalla nota del 2012 in: “quelle per la stipula del contratto di assicurazione individuale per gli infortuni e la responsabilità civile degli alunni, o quelle per i libretti delle assenze o per le gite scolastiche”.

In quanto obbligatori, tali importi non dovrebbero quindi essere cumulati con il contributo volontario ma versati distintamente (con relativa causale).

Infatti nella risposta alla interrogazione in commissione è stato confermato “l’obbligo per le famiglie di rimborsare alla scuola le spese da questa sostenute per conto delle stesse, tra cui rientrano quelle per l’assicurazione individuale contro gli infortuni e per la responsabilità civile degli alunni”.

Ebbene, fermo il vantaggio di un’assicurazione integrativa, se questi pagamenti sono dovuti perché sostenuti “per conto” delle famiglie (sebbene per spese non da queste individualmente richieste), tuttavia come si conciliano con il principio di gratuità dell’istruzione?

In pratica si individuano così importi obbligatori diversi da imposte o tasse, perciò persino legittimando una previsione regolamentare che subordini al loro pagamento la partecipazione ai viaggi o ad altre attività.

Se già destano preoccupazioni le conseguenze di quanto predetto, vi sono altri aspetti che necessitano un chiarimento.

Infatti le note ministeriali affermano che il contributo volontario non può “riguardare lo svolgimento di attività curricolari” ma deve essere destinato “esclusivamente ad interventi di ampliamento dell’offerta culturale e formativa e non ad attività di funzionamento ordinario e amministrativo che hanno una ricaduta soltanto indiretta sull’azione educativa rivolta agli studenti”. Le famiglie quindi vanno sempre informate in ordine alla possibilità di avvalersi della detrazione fiscale di cui all’art. 13 della legge n. 40/2007, che appunto è possibile per le erogazioni liberali in favore delle istituzioni scolastiche, effettuate a mezzo bollettino postale o bonifico bancario purché finalizzate (con espressa indicazione nella causale) all’innovazione tecnologica, all’edilizia scolastica e all’ampliamento dell’offerta formativa.

Tale divieto (che non pare trovare però altro fondamento normativo) all’utilizzo del contributo per lo svolgimento di attività curricolari ed al funzionamento ordinario e amministrativo tuttavia costituisce un problema per le scuole che non dispongono di risorse sufficienti nonostante l’aumento del fondo ministeriale e mal si concilia con l’art. 21 della l. 59/1997 e l’art. 1 del D.I. 44/2001 per i quali la dotazione finanziaria delle istituzioni scolastica è costituita oltre che “dall’assegnazione dello Stato per il funzionamento amministrativo e didattico” da “risorse finanziarie derivanti da entrate proprie o da altri finanziamenti dello Stato, delle regioni, di enti locali o di altri enti, pubblici e privati”  di cui provvedono “all’autonoma allocazione”.

Per l’effetto, normativamente, la scuola ben può decidere autonomamente delle entrate proprie e quindi anche in merito a come utilizzare il contributo, teoricamente anche destinandolo al funzionamento se necessario, proprio per i benefici indiretti che conseguono da maggiori risorse.

La partecipazione a visite guidate e viaggi di istruzione, poi, è facoltativa e perciò la spesa di consueto è anticipata direttamente dalle famiglie che aderiscono e solo successivamente la scuola provvede al versamento. Pertanto non si pongono particolari problemi.

Per quanto riguarda invece i laboratori, due regi decreti del 1924 (n. 969 e n. 749) avevano già previsto, per gli istituti tecnici e professionali e per singole scuole e istituti dotati di personalità giuridica, la possibilità per il consiglio di amministrazione di determinare contributi ‘speciali’ per specifiche esigenze tra le quali spese di laboratorio e acquisto di materiali di consumo che costituiscono importi necessari per le relative attività.

Anche in questo caso (e specie nel secondo grado) quindi potrebbe legittimarsi l’esclusione dello studente in caso di mancato pagamento.

E’ chiaro pertanto che necessita una risposta esaustiva alle numerose problematiche evidenziate, fonte di ulteriore conflittualità con le famiglie e necessaria per il corretto funzionamento delle scuole.

24.10.2016

 

Frammenti di un refettorio e il panino risorge come l’araba fenice

Frammenti di un refettorio e il panino risorge come l’araba fenice

di Cinzia Olivieri

 

Il diritto di scelta “tra la refezione scolastica ed il pasto domestico da consumarsi nell’ambito delle singole scuole e nell’orario destinato alla refezione” è stato confermato ad oggi da una sentenza della Corte d’Appello e 17 ordinanze del Tribunale di Torino di cui 2 del Collegio in sede di reclamo.

Nonostante 18 pronunce favorevoli  che hanno fatto risorgere il panino dalle sue ceneri con la loro lucida ed ineccepibile precisione giuridica, le polemiche non si placano e la battaglia ora si trasferisce nel refettorio.

Pasto in comune  o accesso riservato ai  paganti? E poi chi pulisce?

Chissà se non possa essere ritenuta una possibile soluzione,  considerando il valore educativo del tempo mensa, l’ispirazione al modello giapponese, per il quale è consuetudine affidare agli studenti, in forma organizzata e pianificata, la  pulizia di tutti i locali scolastici in quanto si ritiene ciò renda gli alunni più consapevoli dell’importanza di questi luoghi e responsabili del mantenimento del loro ordine e pulizia. Insomma una sorta di educazione alla cittadinanza sul campo. Ovviamente vi dovrebbero essere impegnati sia gli studenti che hanno scelto il servizio di refezione che quelli che hanno portato il pasto da casa, in coerenza con il principio  di eguaglianza.

Sebbene non esiste alcuna norma che vieti il consumo di pasti portati da casa nei locali scolastici, il panino è ora diventato il “cavallo di Troia” di un sistema già in crisi e così il diritto di scelta per il pasto domestico dilaga,  diventando caso nazionale, coinvolgendo altri Comuni ma creando anche inutili fratture con altri genitori, fino ad ora silenti osservatori.

Nascono così gruppi pro mensa scolastica, sebbene questa non abbia mai costituito oggetto di contestazione.

Infatti  la “mensa scolastica” è quel momento educativo e di socializzazione, rientrante nel tempo scuola in quanto parte dell’offerta formativa, che si realizza pranzando “insieme” (non necessariamente la stessa cosa) sotto la vigilanza del personale educativo. Il diritto di scelta riguarda invece il  servizio di refezione scolastica (a pagamento) che è qualcosa di diverso e neanche lontanamente analogo.

Peraltro occorre precisare  che, come hanno chiarito anche i Giudici, il problema della scelta si pone per la scuola dell’obbligo (primaria e secondaria di primo grado) escludendo quindi la scuola dell’infanzia.

Se non fosse chiaro cosa significa servizio “a domanda individuale” e non obbligatorio, si può richiamare il Decreto Interministeriale del 31 dicembre 1983 per il quale con questa denominazione “devono intendersi tutte quelle attività gestite direttamente dall’ente, che siano poste in essere non per obbligo istituzionale, che vengono utilizzate a richiesta dell’utente e che non siano state dichiarate gratuite per legge nazionale o regionale”.

Non si nega certo il valore di “conquista sociale” del servizio di refezione, ma esso nasce sul presupposto che non tutti debbano aderirvi necessariamente.

La circostanza che la battaglia per il diritto di scelta sia stata motivata originariamente come   “reazione al cattivo rapporto prezzo/qualità del servizio di refezione offerto dal Comune”, non compromette la validità del diritto riconosciuto.

Comunque il Tribunale di Torino in merito all’uso del refettorio ha precisato che i rapporti contrattuali tra ente locale ed appaltatore del servizio non possono pregiudicare il diritto  a consumare a scuola un pasto domestico, perché questi “non hanno valore di fonte normativa e sono res inter alios acta, incapaci dunque di pregiudicare una facoltà che deve intendersi riconosciuta dalle fonti esaminate”.

Inoltre pur confermando di non poter interferire con l’autonomia organizzativa delle scuole, riconoscendo la necessità di dettare regole di coesistenza nell’uso  del refettorio ove si escluda il pasto comune, è proposta la divisione in due ali o l’avvicendamento di gruppi di utenti.

Con riferimento alle polemiche riguardo alle possibili presunte “contaminazioni” del pranzo del servizio mensa, che pure peraltro utilizza diversi menù alternativi, si evidenzia che il Tribunale di Torino pone  la questione igienico-sanitaria considerando anche la salute dello studente che sceglie di non avvalersi del servizio di refezione offerto e consuma il pasto domestico a scuola.

Invero il rispetto degli standard HAACP previsti dal regolamento UE n. 852/04 gravano sull’appaltatore. Del pari, il Regolamento (CE) n. 853/2004 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 29 aprile 2004 che stabilisce norme specifiche in materia di igiene per gli alimenti di origine animale all’art. 1 comma 2 lettere a) e b) ne esclude l’applicazione alla “produzione primaria per uso domestico privato”o ed alla  “preparazione, alla manipolazione e alla conservazione domestica di alimenti destinati al consumo domestico privato”.

Profeticamente le Linee Guida per l’educazione alimentare affermano che ove la famiglia viene “esclusa dal percorso educativo scolastico, può assumere atteggiamenti negativi o contraddittori che, partendo da una sorta di scetticismo, possono favorire, al suo interno, stati di insofferenza fino a portarla ad entrare in competizione con l’ambiente scolastico. Al contrario, la collaborazione attiva e partecipe delle famiglie all’attività di Educazione Alimentare costituisce un elemento trainante per il suo successo”.

Ciò  dovrebbe coerentemente indurre a desistere dal perseverare nella via giudiziaria. Ormai il dado è tratto ed il diritto riconosciuto. E’ tempo di trovare soluzioni condivise e non di invocare interventi legislativi che peraltro ben difficilmente potrebbero imporre un servizio a pagamento.

E’ una deriva pericolosa questa per la quale, prendendo atto del fallimento di ogni attività di mediazione, neanche realmente realizzata, il conflitto tra scuola e famiglia debba risolversi inevitabilmente nelle aule di tribunale. E tanto non avviene solo per le mense.

Ci si lamenta spesso della circostanza che gruppi di whatsapp o di facebook oramai sono diventati luogo preferito di intense comunicazioni delle famiglie. Eppure in questi anni cosa è stato fatto per migliorare la comunicazione all’interno della scuola?  Neanche si favorisce il collegamento territoriale e gli effetti sono dinanzi ai nostri occhi. Peraltro ancora si attende la annuale circolare ministeriale per le elezioni degli organi collegiali.

Cosa accadrà lo diranno i posteri, ma intanto gli alunni sono rientrati a scuola, si auspica sempre con serenità.

 

 

Il tranquillo weekend di paura del panino kamikaze

Il tranquillo weekend di paura del panino kamikaze

di Cinzia Olivieri

Questa settimana intensa di avvio dell’anno scolastico ha fatto brillare una mina, quella del diritto alla scelta per il pasto domestico, che con la sua forza esplosiva ha mietuto vittime.

Dopo la  sentenza della Corte d’Appello di Torino del 21 giugno 2016, si sono appena concluse altre udienze, per la discussione di una parte dei ricorsi cautelari presentati dai genitori che chiedono  vedersi riconosciuto il diritto di scelta tra pasto domestico e refezione scolastica e dei reclami avverso le prime due ordinanze del 13 agosto 2016. Si attende quindi l’ennesimo verdetto di una contesa legale che non avrebbe avuto neanche ragione d’essere e che si sarebbe potuta evitare.

In questo epitaffio si celebrano pertanto, elencati in ordine sparso ed in maniera  non esaustiva, alcuni dei protagonisti di questa battaglia per la difesa del diritto di scelta da un lato e della funzione educativa (non) della mensa (ma bensì oggettivamente del “servizio” mensa) dall’altro: parole, espressioni, principi ricorrenti e talvolta abusati.

Panino

Il primo immolato sull’altare della libertà di scelta. Sostantivo reiteratamente utilizzato in luogo del “pasto da casa”, forse per riduzione giornalistica o forse perché più facilmente percepibile come alimento non equilibrato in contrapposizione con quello offerto dal servizio mensa, così da favorire l’empatia verso quest’ultimo.

Mensa

Da  distinguere appunto la mensa, come momento educativo da condividere,  dal servizio di refezione.

Sotto il profilo educativo le norme prendono in considerazione la prima, rientrante nel tempo scuola secondo le modalità organizzative deliberate dalla scuola e pubblicate nel POF in base al quale le famiglie  effettuano le proprie scelte al momento dell’iscrizione.

Non sembra che le indicazioni nazionali contemplino, per la realizzazione di questo momento di formativa socializzazione, il necessario uso di un servizio a pagamento.

L’organico è assegnato per l’assistenza alla mensa (per il Dlgs 59/2004  l’organico deve essere determinato anche per garantire “l’assistenza educativa da parte del personale docente nel tempo eventualmente dedicato alla mensa e al dopo mensa” e la Circolare Ministeriale del 5 marzo 2004 ribadisce che “I servizi di mensa, necessari per garantire lo svolgimento delle attività educative e didattiche … vengono erogati utilizzando l’assistenza educativa del personale docente, che si intende riferita anche al tempo riservato al dopo mensa”) senza alcuna distinzione tra chi utilizza la ristorazione e chi no. Questo infatti, come ben chiarisce la sentenza della Corte d’Appello, è “servizio locale a domanda individuale che l’ente non ha l’obbligo di istituire ed organizzare ed è facoltativo per l’utente che può, quindi, scegliere di non avvalersene”.

Spontaneo  chiedersi dunque dinanzi a tale lapalissiana evidenza perché ancora si discuta sul punto.

 

Uguaglianza

Il valore educativo della mensa non è nel mangiare “uguale” ma nel mangiare “insieme”.

Peraltro, giusto per mero tuziorismo, anche il servizio mensa offre una selezione di menù: ordinario; senza carne; senza carne e pesce; per celiachia; senza proteine animali; alternativi e speciali su richiesta.

Le preferenze alimentari differenziano giacché “non si può fare eguali tra disuguali”. Il vero principio di eguaglianza sta nel non discriminare le differenze e nel rispettare le scelte senza reprimerle.

Viola invece tale principio costituzionale estromettere dai refettori gli alunni i cui genitori scelgono di non utilizzare il servizio di ristorazione, isolarli in locali diversi o persino costringerli ad allontanarsi dalla scuola per il pasto. Nessuna autonomia organizzativa può giustificare tale scelta.

 

Diritto

Quello “di scegliere per i propri figli tra la refezione scolastica ed il pasto domestico da consumarsi nell’ambito delle singole scuole e nell’orario destinato alla refezione”, accertato dalla sentenza della Corte d’Appello e confermato dalle ordinanze del 13 agosto 2016, nei fatti ad ora “congelato” in attesa di censimenti e superiori disposizioni organizzative.

Contaminazione

Eccezione reiteratamente sollevata per sostenere la non idoneità del pasto domestico che evoca cupe immagini manzoniane.

I piccoli alunni sono quasi assimilati ad “untori” o peggio esecutori materiali di genitori-killer che con i loro cibi insalubri per cattiva conservazione, incuria, uso di prodotti scadenti e strumenti  inadeguati provocano  alterazione microbiologica o chimica degli alimentari forniti dal servizio!!!

Ci si può domandare perché uno scambio di alimenti o qualsiasi altra forma di contaminazione sia esclusa in caso di utilizzo della ristorazione unica, anche considerati gli svariati menù alternativi previsti, ovvero come mai in caso di sciopero o altro impedimento delle ditte, come talvolta accaduto, sia tranquillamente consentito portare da casa gli alimenti. Peraltro a questo punto non dovrebbe sottacersi della “merenda”, ad oggi ancora possibile …

Vigilanza

La risposta è già data. Essa è assicurata, come da norma, dal personale docente e ATA assegnato per la mensa come tempo scuola e senza alcuna relazione con il servizio di refezione.

 

Equilibrio alimentare

La questione “panino” ha rivelato ahimè che a quanto pare prevalentemente i genitori (specie quelli che sostengono il diritto di scelta) sono considerati dei pessimi educatori da un punto di vista alimentare, il cibo domestico è quindi poco equilibrato e per l’effetto gli alunni presentano disturbi connessi all’alimentazione … che dire?! Da genitore ammetto (e ne faccio ammenda) ad esempio di non riconoscere un elevato apporto nutritivo alla pasta in bianco, che di solito somministro solo in caso di disturbi della digestione ma alterno zucca, zucchini, fagioli, fagiolini, spinaci, piselli, lenticchie, patate ecc. ecc.

Mettiamola così: lasciamo che i genitori si occupino dei propri figli e rispettiamone le scelte (peraltro come previsto dalla Costituzione all’articolo 30).

Scaldavivande e frigoriferi

Da quando è stato “riesumato” un parere dell’ASL della regione Piemonte del 2001 che ne consiglia l’uso, la mancanza di tali strumenti è reiterata argomentazione ostativa. In realtà questo da un lato è un non-problema dal momento che possono essere utilizzati dalle famiglie ottimi ed efficaci contenitori termici, che non rendono necessario l’acquisto di tali materiali da parte delle scuole, dall’altro potrebbe invece costituire un problema perché incrementerebbe il rischio dello scambio di cibi tra gli alunni.

Autonomia

In questa vicenda le scuole sembrano inibite dall’assumere decisioni del tutto autonome.

Se per l’art. 25 del Dlgs 165/01il dirigente è responsabile della  gestione  delle  risorse  finanziarie  e  strumentali” con “autonomi poteri di direzione,  di  coordinamento  e  di  valorizzazione  delle risorse umane”, nel rispetto delle  competenze  degli  organi collegiali, le disposizioni appaiono provenire tassativamente dall’Ufficio e dall’Ente locale, tanto che l’Asapi, in un suo documento, ha esplicitato che “in questa fase, le misure organizzative non sono di competenza del Dirigente Scolastico. Attendiamo dunque le decisioni dell’Amministrazione”.

Vero che la L 23/96 (art. 3) ha individuato le competenze degli enti locali in materia di edilizia, riducendo quelle del consiglio di istituto previste dall’art. 94 del Dlgs 297/94 e l’art. 139 del Dlgs 112/98 attribuisce la competenza ai Comuni riguardo ai piani di utilizzazione degli edifici e di uso delle attrezzature delle scuole di grado inferiore che però deve avvenire “d’intesa con le istituzioni scolastiche”, ma desta comunque perplessità la circostanza che si possa disporre l’esclusione di studenti da locali scolastici.

Genitori e loro rappresentanza

Sostanzialmente inascoltati, anche in mancanza di luoghi istituzionali di interlocuzione.

Cancellati di fatto gli organi collegiali territoriali  preposti all’ascolto ed al confronto, restano i Forum delle associazioni maggiormente rappresentative, le designazioni dei cui rappresentanti, per la Nota 27 aprile 2016, AOODGSlP 3554, “non sono soggette ad alcun vincolo e/o criterio di esclusione legato all’avere figli frequentanti ed inseriti nel sistema scolastico e per l’effetto può parteciparvi anche chi non ha figli a scuola.

Scuola e famiglia

Non può che considerarsi tradito il patto di corresponsabilità educativa se non resta altra via che far gestire i rapporti scuola-famiglia ai tribunali.

Ricorso per Cassazione

Avverso la sentenza della Corte d’Appello di Torino del 21 giugno 2016. Ulteriore conferma della crisi.

Diventa difficile comprendere, alla luce delle predette considerazioni, quale valore si stia realmente difendendo. Le ricadute non sarebbero in ogni caso positive.

Alunni

Citati da ultimo volutamente, perché avrebbero dovuto essere al centro di tutte le considerazioni della vicenda. Invece coloro i cui genitori hanno scelto o sceglieranno di optare per il pasto da casa rischiano di essere rifiutati durante il tempo mensa, costretti a lasciare la scuola, esiliati dai locali comuni, addirittura percepiti come possibili contaminatori di cibi.

Di certo non vi è nulla di educativo in tutto questo.

 

Il “panino kamikaze” è la vera minaccia di un sistema che è messo in crisi dalla non accettazione di un grande principio di democrazia che è la libera scelta per un servizio non obbligatorio.

Cosa accadrà domani non è dato saperlo, ma qualunque rifiuto di questo diritto non sarà una vittoria per nessuno.

 

Si avvicinano le elezioni per i rappresentanti dei genitori senza voce presso il Ministero e gli Uffici Scolastici

Si avvicinano le elezioni per i rappresentanti dei genitori senza voce presso il Ministero e gli Uffici Scolastici
di Cinzia Olivieri e Giuseppe Richiedei

E’ di prossima pubblicazione la circolare ministeriale che annualmente detta le istruzioni per le elezioni degli organi collegiali della scuola.
Ancora una volta, come da ormai oltre quindici anni, presumibilmente non si farà più riferimento al rinnovo degli organi territoriali (consigli scolastici distrettuali e provinciali del Dlgs 297/94, aperti anche alla partecipazione di studenti e genitori), le cui ultime elezioni “suppletive” furono indette con la circolare ministeriale n. 192 del 3.8.2000 e continueranno ad essere disattese le disposizioni del Dlgs 233/99 relative ai consigli scolastici locali e regionali. Infatti, dopo che la sentenza del Consiglio di Stato 18 febbraio 2014, n. 866 ha disposto che si desse attuazione ai soli articoli relativi alla costituzione Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, restano ignorati quelli riguardanti l’istituzione degli altri organi territoriali, dove è prevista anche la rappresentanza dei genitori.
Così il 28 aprile 2015 si sono svolte elezioni del solo CSPI in esecuzione della sentenza del Consiglio di Stato n.834/15
Non essendo intervenute modifiche all’art. 8 del Dlgs 297/94 né eventuali integrazioni all’O.M. 215/1991, gli istituti omnicomprensivi (in cui sono presenti scuole di ogni ordine e grado) resteranno commissariati. Poiché tale situazione non è lamentata da alcuno, è difficile comprendere quanto i genitori siano consapevolmente interessati alla circostanza che nella loro scuola non ci sia un consiglio di istituto.
Appaiono esauriti i tempi dei rotoli di carta igienica, dei movimenti, dei coordinamenti, per oggettiva perdita di motivazioni. Intanto aumenta il contenzioso, in difetto anche di luoghi istituzionali in cui risolvere il conflitto, la cui gestione sempre più spesso è affidata a legali. Così, mentre diventa persino superfluo per i genitori approfondire la conoscenza delle sempre più complesse regole di funzionamento della scuola, il confronto rischia di realizzarsi prevalentemente in aule di tribunali.
La corresponsabilità educativa resta un obiettivo solo formalmente enunciato in un’auspicata e mai davvero realizzata comunità educante e non certamente per sola responsabilità delle famiglie.
Invece nuovi interventi ministeriali si teme accentuino ulteriormente l’allontanamento dei genitori di alunni dalla vita scolastica.
Infatti con la Nota 21 settembre 2015, AOODGSIP 5714 e la successiva Nota 29 settembre 2015, AOODGSIP 5898 è stata prevista l’istituzione, presso gli Uffici Scolastici di competenza, dei “Gruppo di coordinamento regionale per la Partecipazione”, con la presenza di un dirigente tecnico, del Referente regionale per le Consulte e di ulteriori figure professionali ritenute opportune dagli Uffici anche con il compito tra l’altro di “verificare il corretto funzionamento degli Organi collegiali e la partecipazione dei genitori alla vita scolastica” nonché “il corretto insediamento e funzionamento dei FORAGS, Forum regionali delle associazioni dei genitori della Scuola”.
A distanza di un anno non si conoscono gli esiti di tale verifica.
I FoRAGS, da organismi oggetto di indagine, hanno finito per diventare parte integrante di detti gruppi, definiti “nuovi organismi partecipativi territoriali” (FoNAGS REPORT della riunione 17 novembre 2015), mentre si ignorano quelli previsti per legge.
A tanto si aggiunge che la recente Nota 27 aprile 2016, AOODGSlP 3554, avente ad oggetto: “Rappresentanza e Partecipazione. Implementazione FORAGS”, ha precisato che “E’ opportuno ricordare che le Associazioni aderenti al Forum sono state accreditate dal MIUR, previa verifica da parte della scrivente Direzione del possesso dei requisiti richiesti, come da DD 915 del 21.11.2014 che si allega in copia. Le designazioni dei rappresentanti in seno ai FoRAGS non sono soggette ad alcun vincolo e/o criterio di esclusione legato all’avere figli frequentanti ed inseriti nel sistema scolastico, in quanto non previsto dal comma 2 dell’art.3 della sopra citata norma (DPR 301/05) che precisa: Il Forum è composto dai rappresentanti di associazioni o di confederazioni di associazioni di genitori di alunni di istituto statale o paritario, non legate statutariamente ad alcun partito politico od organizzazione sindacale, in possesso di uno statuto o documento costitutivo che espliciti la volontà di operare per l’interesse della scuola attraverso un programma generale, nonché gli obiettivi della loro attività nel rispetto delle regole di democrazia interna e dei principi della Costituzione. Il suddetto requisito, quindi, è connotante ed imprescindibile rispetto alle finalità statutarie delle Associazioni ma non è attribuibile ai legali rappresentanti delle Associazioni medesime”.
Insomma non sarebbe necessario che i rappresentanti designati dalle associazioni a partecipare ai Forum siano genitori con figli a scuola, giacché questo requisito, in quanto “connotante ed imprescindibile rispetto alle finalità statutarie delle Associazioni”, non sarebbe attribuibile ai loro legali rappresentanti.
Ora, dal momento che il dato testuale non appare confutabile e nessuna eccezione è contemplata, se avere genitori con figli frequentati costituisce un connotato imprescindibile rispetto alle finalità associative, tale requisito dovrebbe essere posseduto per l’effetto anche dal legale rappresentante così come dagli altri associati.
Né deve ritenersi che ciò limiti l’autodeterminazione dell’associazione, la quale resta libera di perseguire le finalità stabilite dal proprio statuto e di individuare le qualità dei propri associati, ma per essere ammessa al Forum occorre abbia le qualità sopra indicate.
È opportuno precisare che per il DM 14/2002 (art. 3) il Forum Nazionale delle Associazioni dei genitori maggiormente rappresentative è “composto da un massimo di due rappresentanti di ciascuna delle associazioni che ne fanno parte”. La norma parla genericamente di “rappresentanti” e non necessariamente del “legale rappresentante”, che peraltro è di norma individuato nel solo presidente. Dunque, laddove i rappresentanti designati siano due, almeno chi non ha la legale rappresentanza dovrebbe per l’effetto essere genitore di alunni.
Occorre ricordare poi che il Forum Nazionale delle Associazioni dei genitori maggiormente rappresentative, ai sensi del DPR 567/96, fu istituito dapprima con il DM 106/01, proprio allorquando non furono indette più le elezioni degli organi collegiali territoriali, e quindi con il DM 14/2002, il quale rimandava a successive disposizioni la “determinazione dei requisiti di ammissione e di partecipazione al Forum delle associazioni dei genitori nonché delle relative modalità di accertamento”.
Dopo 3 anni di riflessione è stato pubblicato il DPR 301/05, il quale ha modificato il DPR 567/96, ha previsto le diramazioni regionali del Forum Nazionale (i FoRAGS appunto) ed ha precisato (art. 5 ter) appunto che esso “è composto dai rappresentanti di associazioni o di confederazioni di associazioni di genitori di alunni di istituto statale o paritario, non legate statutariamente ad alcun partito politico od organizzazione sindacale, in possesso di uno statuto o documento costitutivo che espliciti la volontà di operare per l’interesse della scuola attraverso un programma generale, nonché gli obiettivi della loro attività nel rispetto delle regole di democrazia interna e dei principi della Costituzione”.
Dunque, analiticamente, il Forum è costituito da rappresentanti
a) di associazioni di genitori di alunni di istituto statale o paritario
b) non legate statutariamente ad alcun partito politico od organizzazione sindacale
c) in possesso di uno statuto o documento costitutivo che espliciti le finalità indicate.
La successiva nota del 20 marzo del 2006 ha chiarito, ove ve ne fosse bisogno dal momento che il requisito della frequenza è già evidente dalla palese circostanza che per essere “genitori di alunni” questi ultimi debbano essere iscritti a scuola, che possono essere designati nei Forum “genitori di alunni frequentanti istituti statali o paritari”. Del resto, solo un genitore con figli a scuola può adeguatamente rappresentare le esigenze dei genitori della scuola, che è peraltro una realtà in continua evoluzione.
Invero il Forum ha il compito di:
a) favorire il dialogo e il confronto fra il Ministero e le realtà associative dei genitori;
b) rappresentare le esigenze e formulare le proposte della componente genitori della scuola;
c) esprimere pareri sugli atti e sulle iniziative che il Ministro intende sottoporgli;
d) esprimere, anche di propria iniziativa, pareri sui provvedimenti attinenti all’istruzione;
e) essere sede di consultazione fra il Ministero e le Associazioni dei genitori sulle problematiche scolastiche.
Mentre i punti a) ed e) sono collegati strettamente al rapporto associativo, il punto b) attribuisce al Forum il compito di rappresentare esigenze e formulare proposte relative a tutta la componente genitoriale.
Anche per il DPR 301/05, il Forum ha il fine di “valorizzare la partecipazione e l’attività associativa dei genitori nella scuola come forma di espressione e di rappresentanza autonoma e complementare a quella istituzionale, nonché di assicurare una sede stabile di consultazione delle famiglie sulle problematiche studentesche e scolastiche” e ciò presuppone che esse siano direttamente note ai rappresentanti delle associazioni per proprio attuale vissuto.
A ciò si aggiunga che per l’accreditamento le associazioni devono dimostrare il possesso di almeno tre dei seguenti requisiti:
a) presenza nel territorio nazionale in non meno di quattro regioni, con una media di cinquecento associati per regione;
b) costituzione da almeno due anni alla data della domanda di ammissione;
c) numero di associati non inferiore a cinquemila genitori;
d) adesione all’Associazione europea dei genitori (EPA).
Ebbene, si legge dalla Nota del 27 aprile che con il DD 915 del 21.11.2014 (che non appare pubblicizzato) sarebbero stati verificati i requisiti di accreditamento delle associazioni. Sarebbe pertanto interessante capire se si sia verificato se almeno i 500 associati richiesti per regione ovvero i 5.000 sul piano nazionale siano genitori di alunni di scuole statali o paritarie e che la volontà di operare per l’interesse della scuola sia chiaramente per tutte esplicitato statutariamente e soprattutto se questo deve costituire la finalità determinante dell’associazione o solo uno dei suoi obiettivi.
Secondo notizie ANSA, nell’anno scolastico 2014/15 gli studenti delle scuole italiane erano oltre 7 milioni ed 800 mila e dunque potenzialmente i genitori con figli a scuola oltre 15 milioni. È evidentemente paradossale che essi possano essere rappresentati soltanto dai designati dei 5 mila senza figli a scuola. È opportuno invece che l’amministrazione si relazioni con questi 15 milioni senza diritto di parola, se non quella espressa in qualche protesta.
Come si legge dal DPR 301/05, gli organismi rappresentativi dovevano essere complementari alla rappresentanza elettiva. Quest’ultima appare invece ormai totalmente sacrificata.
Con la CM 255/91 si è consentito l’accesso ai rappresentanti delle associazioni nella scuola in occasione delle elezioni “Al fine di rendere più incisiva e funzionale la partecipazione dei genitori alla gestione della scuola”, non per surrogarla.
Appare superfluo precisare poi che una entità associativa, in quanto persona giuridica, è titolare e portatrice di interessi e finalità propri (e dei propri iscritti) che talvolta potrebbero essere persino in contrasto con quelli degli altri genitori. Invero di recente è accaduto che in occasione delle proteste sulla questione del pasto domestico a Torino Associazioni di genitori hanno aderito ad un documento dell’Asapi, purtroppo in manifesto contrasto con le famiglie che chiedono il riconoscimento del loro legittimo diritto di scelta, con ciò creando una grave e non auspicabile frattura nella componente.
L’interesse per la partecipazione va incoraggiato, non represso né mortificato. Il disinteresse non va alimentato.
Ribadendo la necessità di favorire attività dirette a migliorare la partecipazione attiva dei genitori della scuola attraverso opportune iniziative di formazione, collegamento e coinvolgimento della rappresentanza, si rende auspicabile pertanto un chiarimento.
Non dimentichiamo che ormai non esiste più nell’ambito dell’organizzazione del Ministero un ufficio che si occupi espressamente degli organi collegiali.
I due sistemi (associativo e rappresentativo) possono ben integrarsi proficuamente solo se entrambi vengono conservati in efficiente salute.

La calda estate della mensa scolastica a Torino

La calda estate della mensa scolastica a Torino

di Cinzia Olivieri

 

Anche in pieno agosto un nuovo capitolo si aggiunge alla storia del “pasto domestico” a Torino.

La Nota Reg. prot.n. 7480/2016 dell’USR Piemonte, nonostante l’accertamento del diritto operato dalla sentenza della Corte d’Appello di Torino del 21 giugno 2016, ha infatti negato eguale riconoscimento a chi chiedeva di poter consumare a scuola il pranzo portato da casa, pur non essendo parte di quel giudizio.

Così,  come preannunciato, dinanzi a tale rifiuto, altri genitori sono stati costretti a depositare ricorsi cautelari ed il Tribunale di Torino ha già emesso le prime due ordinanze di sostanziale accoglimento.

Nei primissimi giorni di settembre è attesa la discussione di altri procedimenti.

L’ordinanza del 13 agosto 2016 ha confermato e rafforzato la posizione della Corte d’Appello accertando e dichiarando “il diritto del ricorrente di scegliere per il proprio figlio tra la refezione scolastica e il pasto preparato a casa da consumare presso la scuola nell’orario destinato alla refezione” non avendo individuato alcuna ragione giuridica che possa negarlo o limitarlo.

Il Tribunale di Torino ha riconosciuto sussistenti i presupposti per l’accoglimento della domanda cautelare (fumus boni iuris e periculum in mora) proprio in considerazione della posizione delle amministrazioni convenute che contestano l’esistenza del diritto a consumare a scuola il pasto domestico in capo a soggetti diversi dalle parti del giudizio di appello, conclusosi con la prefata sentenza, richiamata in quanto autorevole precedente.

È altresì indiscutibile l’urgenza del provvedimento prima dell’avvio dell’anno scolastico, non soltanto al fine di assicurare tempestivamente la consumazione del pasto domestico a scuola, ma soprattutto affinché gli istituti scolastici possano organizzarsi per permettere l’esercizio del diritto, confermato dall’ordinanza.

Il Giudice del procedimento cautelare ha condiviso la presentazione del diritto di consumare a scuola, durante l’orario di refezione, il pasto domestico come espressione e manifestazione del diritto allo studio e del principio di uguaglianza.

Invero l’art. 34 Cost. prevede per tutti l’obbligatorietà e gratuità dell’istruzione inferiore per almeno 8 anni, indipendentemente dal reddito. Per l’effetto, “condizionare o limitare il diritto allo studio in base alla fruizione di prestazioni a pagamento viola il dettato costituzional”e.

Tuttavia, sebbene  il servizio mensa sia a pagamento e non obbligatorio, se i genitori decidono di non usufruirne sono costretti a prelevare da scuola il figlio all’ora di pranzo, fargli consumare il pasto e poi riaccompagnarlo, così che lo studente finisce per perdere “quel “tempo scolastico” destinato al pranzo comune e alle attività (di socializzazione, distensive e ricreative) che ad esso si accompagnano”.

L’ordinanza del 13 agosto concorda pienamente con l’impostazione della sentenza della Corte d’Appello di Torino, per la quale il contenuto del diritto allo studio non è più limitato al solo impartire e nozioni e cognizioni. Sono richiamati nuovamente il  Dlgs 19 febbraio 2004 n. 59 e soprattutto la Circolare Ministeriale del 5 marzo 2004 per la quale i tre segmenti orari del “monte ore obbligatorio”, del “monte ore facoltativo” e dell’“orario riservato all’erogazione del servizio di mensa e di dopo mensa” “rappresentano il tempo complessivo di erogazione del servizio scolastico”. Il c.d. “tempo mensa” costituisce pertanto “un essenziale momento di condivisione, di socializzazione, di emersione e valorizzazione delle personalità individuali, oltre che di confronto degli studenti”.

Perciò il Dlgs 59/2004 prevede che l’organico degli istituti scolastici debba essere determinato anche per garantire “l’assistenza educativa da parte del personale docente nel tempo eventualmente dedicato alla mensa e al dopo mensa”  e la Circolare Ministeriale del 5 marzo 2004 ribadisce che “I servizi di mensa, necessari per garantire lo svolgimento delle attività educative e didattiche … vengono erogati utilizzando l’assistenza educativa del personale docente, che si intende riferita anche al tempo riservato al dopo mensa”.

Anche nel tempo mensa viene quindi impartita quella istruzione obbligatoria e gratuita dell’art. 34 Cost. e  tale diritto non può essere negato, né condizionato all’adesione a servizi a pagamento.

Conclude perciò sul punto il Tribunale di Torino: “Poiché – per evidenti ragioni che i convenuti non mettono in discussione – l’alternativa di imporre il digiuno agli studenti (che non vogliano fruire della mensa scolastica) è manifestamente irragionevole e impraticabile, l’unica alternativa è quella di riconoscere che gli studenti hanno diritto di consumare a scuola un pasto preparato a casa”.

Questo diritto  si fonda anche sul principio costituzionale di uguaglianza  dei cittadini (art. 3 Cost.) poiché  “Non è infatti ragionevole che alcuni soggetti (quelli che fruiscono del servizio mensa scolastica) beneficino del diritto all’istruzione nella sua pienezza mentre altri (coloro che non vogliono avvalersi della mensa) siano sostanzialmente costretti ad allontanarsi dalla scuola in un momento in cui viene svolta attività educativa di grande importanza formativa”.

Dunque il pasto domestico va consumato a scuola, né sussistono altri diritti, aventi dignità pari o superiore, che possono escludere o limitare quanto predetto.

Precisa ancora l’ordinanza che se spetta ai singoli istituti individuare i locali nei quali far consumare i pasti portati da casa,  implicando tale decisione valutazioni di carattere tecnico e di opportunità, che “potranno essere compiutamente effettuate solo in seguito all’inizio dell’anno scolastico … posto che le stesse presuppongono, già solo per mero buonsenso, che venga preliminarmente definito il numero degli allievi che decidano di formulare istanza in tal senso”, tali modalità “non possono essere tali da snaturare o annullare di fatto i contenuti del diritto fondamentale alla istruzione, che costituisce il presupposto e la ragion d’essere del diritto (al pasto domestico) che qui si riconosce. … Una organizzazione che non consentisse la fruizione del diritto allo studio in questi termini si risolverebbe quindi nella negazione del diritto che è stato qui accertato”.

Se ne desume che relegare in locali diversi dagli altri gli alunni che non usufruiscono del servizio di refezione non consente loro l’esercizio delle attività di socializzazione, educazione alla convivenza e relazionali connesse al tempo mensa.

Peraltro si rileva che, contraddittoriamente, se da un lato in maniera condivisibile le amministrazioni affermano che, per adottare le misure organizzative necessarie, hanno necessità di conoscere preventivamente il numero di famiglie che intendono avvalersi del diritto sopra descritto, tale valutazione di fatto è esclusa proprio dal rifiuto di ammettere tale facoltà di scelta. Negando la sussistenza del diritto le amministrazioni non si mettono nella condizione di poter concretamente organizzare il servizio.

Non è ritenuto “diritto confliggente” il presunto nesso fra tali scelte discrezionali e le previsioni contenute nei contratti di appalto con le ditte private che erogano i servizi di mensa e nei contratti di assicurazione stipulati da queste giacché tali clausole non “hanno il valore di fonti normative” e per l’effetto non possono “interferire con il diritto, di rilevanza costituzionale, che si è sopra accertato”. Insomma le problematiche relative alla ristorazione prescindono dalla questione in esame.

Neanche del resto si è rinvenuta la fonte normativa del presunto “generale divieto di introdurre alimenti esterni (ossia non riconducibili alle ditte concessionarie del servizio) nella mensa, durante l’orario dei pasti”.

Invero occorre evidenziare che né la Nota USR Piemonte 15 luglio 2016, Prot.n.7840 né il richiamato estratto del parere dell’Avvocatura hanno espressamente vietato di consentire il pasto domestico a scuola ma hanno solo negato che chi non era parte del procedimento d’appello potesse avvalersi della sentenza per farne richiesta. Anche le  Linee Guida per l’educazione alimentare del 2011  ed il parere dell’ASL del lontano 2001, allegati alla Nota, sono richiamati non a sostegno di un non documentato divieto ma solo quale contributo per la loro valenza nella “esecuzione della pronuncia giudiziale da parte dei singoli istituti interessati”.

Sorprende però che, nonostante l’assenza di divieto e la richiamata autonomia organizzativa delle scuole, non sembra rinvenirsene alcuna disponibile ad assecondare le richieste delle famiglie nonostante le Linee Guida (anche del 2015) invitino più volte alla collaborazione, a “stabilire alleanze positive” con esse, al loro “coinvolgimentoanche alla luce del patto di corresponsabilità educativa” (pagg. 16, 18, 19, 23).

L’auspicio perciò resta quello dell’apertura di un dialogo e di un costruttivo confronto.

Senza entrare nel merito anche delle conseguenze sfavorevoli  per l’Amministrazione collegate alla condanna alle spese, continuare a limitare l’esercizio del diritto solo a coloro che avviino, assumendosene i relativi costi, un procedimento giudiziario, limita certo di fatto il numero di chi il prossimo anno non si avvarrà del servizio, ma compromette anche quel rapporto di fiducia con l’istituzione scolastica e nonché il principio di corresponsabilità educativa.

La fine dell’estate è vicina come l’avvio del nuovo anno scolastico. Si è ancora in tempo?

23.08.2016